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mercoledì 27 ottobre 2010

Lucca Comics 2010

Anche quest'anno ritorna Lucca Comics la storica manifestazione legata al fumetto che si svolgerà all'interno delle mura della cittadina toscana dal 29 Ottobre al primo Novembre.
Ammetto che fino a pochi giorni fa ero in dubbio se andare o meno... il nuovo fumetto, facendo gli scongiuri del caso, uscirà infatti in primavera... e quindi non mi andava più di tanto di spostarmi, ma alla fine la pigrizia mi ha abbandonato e quindi andrò, ma solo per un giorno, quello gericamente più tranquillo della fiera, ovvero il primo.

Nella giornata di venerdi 29 dunque chi vorrà potrà trovarmi presso lo stand Tunuè (E101) al padiglione editori di piazza Napoleone, preferibilmente nella mattinata giacchè nel pomeriggio sarò impegnato con la Scuola di Editoria per il fumetto e la traduzione di Andrea Plazzi & Marco Ficarra (Ram Desing) di Bologna con cui ho iniziato a collaborare, infatti alle ore 15.30 presso la Sala Incontri della Camera di Commercio di Lucca (che si trova giusto nei pressi di piazza Napoleone) si terrà la presentazione dei corsi del nuovo anno accademico della scuola, in particolare si parlerà del corso di scrittura e sceneggiatura per il fumetto e l'animazione che sarà curato da Luana Vergari e dal sottoscritto (e per il quale le iscrizioni saranno aperte ancora per un paio di settimane circa, per cui chi fosse interessato a iscriversi potrà avere delucidazioni circa la didattica del corso e qualsiasi altra informazione inerente).

Siete quindi invitati a partecipare all'incontro in cui saranno presenti oltre al sottoscritto anche Luana Vergari, Andrea Plazzi e Marco Ficarra.
Bene, ad ogni modo ci si vedrà venerdi tra gli stand per i saluti e per tutto! ^____^

lunedì 25 ottobre 2010

Daria di Mtv

Cielo cupo, nuvole grigie, scariche di pioggia e umidità... qualcuno si inventa la metereopatia per giustificarsi, ma tanto è inutile, con questo clima il buon umore è semplicemente fuoriluogo. Scriverò di caratterizzazione dei personaggi.
Quando si scrive una storia il punto di vista è fondamentale, la visione delle cose del personaggio stabiliscono una direzione precisa alla narrazione (certamente il tempo pessimo è una variabile da considerare nella caratterizzazione psicologica dei personaggi di un fumetto).
A questo proposito, faccio un esempio che mi viene bene citando il personaggio di Daria, la protagonista dell'omonima serie televisiva animata andata in onda in Italia su Mtv nella seconda metà degli anni '90. Sono certo che in tanti ancora la ricordano.
Daria spiccava per la sua personalità, per il modo apparentemente distaccato e cinico con cui guardava alle cose del mondo e alla vita, dico apparentemente poichè il cinismo non si traduce quasi mai in un distacco totale dalla realtà, secondo me. Al cinico non è che non importi poi nulla di niente, semplicemente riconosce come veramente importanti poche cose e a queste conferisce un valore assoluto. In poche parole: sincerità nel riconoscere il mondo per quello che è.
C'era poi un altro dato: l'immedesimazione col personaggio. Non era difficile riconoscersi in Daria, nella sua distanza dagli altri, nel sentirsi estranei in un "triste mondo malato", nel suo rimanere sana nonostante l'alienazione collettiva. C'erano poi gli anni '90 al declino, i libri e una certa musica, l'abbigliamento e un certo modo di atteggiarsi a completare il tutto.
Quando si riesce a caratterizzare un personaggio in maniera così efficace si è a metà dell'opera.

venerdì 22 ottobre 2010

Tiziano Sclavi

Negli ultimi giorni senza alcun motivo preciso mi è capitato di ripensare a Tiziano Sclavi che, a mio parere, dovrebbe essere un punto di riferimento irrinunciabile per chi scrive fumetti.
Come molti della mia generazione mi sono avvicinato alla scrittura di Sclavi tramite Dylan Dog, la sua creazione più famosa e popolare. L'ho letto sin dal primo numero e attraverso i vari speciali e gli almanacchi l'ho seguito durante la mia adolescenza fino alla prima giovinezza quando, in seguito al suo abbandono di fatto della serie, non ho più trovato interesse per quei fumetti. Perchè a me piaceva Sclavi, non tanto Dylan Dog in sè per sè, che, a mio parere, senza la scrittura di Sclavi si riduce a ben poca cosa.
Un buon narratore deve portare notizie da un mondo all'altro, trasformare la nostra percezione della realtà: Sclavi ci riusciva con una freschezza ed una immediatezza formidabili.
Lasciava la sua inconfondibile impronta su quel che scriveva, facendone il suo mondo e al tempo stesso comunicando con un numero di lettori da far paura. Aveva un suo modo di guardare il mondo che riusciva a trasformare in una visione espressiva attraverso la scrittura per i fumetti e mantenendo una profonda corrispondenza tra etica e estetica in una scrittura in cui traspariva la sua passione. Faceva del suo meglio quando scriveva e si sentiva.
Dylan Dog divenne per caso e da un giorno all'altro un fenomeno di costume e una moda. In tal senso Sclavi ha indubbiamente avuto una dose di fortuna senza la quale i suoi lavori non avrebbero conosciuto una diffusione ed un apprezzamento così ampi e unanimi, ma senza il suo talento non avrebbe lasciato un segno così indelebile.
Mi rendo conto che ne parlo al passato, probabilmente perchè oramai è inattivo in pratica. Sulle cause di questa condizione non voglio entrare. Non ne so abbastanza, oltretutto so per esperienza personale quanti e quali fattori possano entrare in gioco nella scrittura quando essa rappresenta quel che sei. Rispetto, pudore e discrezione mi impediscono di andare oltre, anche se mi dispiace molto non averlo conosciuto di persona. Qua voglio dire qualcos'altro anche, a mio parere la sua produzione letteraria andrebbe rivalutata, riletta e considerata forse con un'attenzione diversa, penso a romanzi come DellaMorte dellaMore, Nero e La circolazione del sangue.
Imitarlo non serve, la vera sperimentazione deve essere originale, ma nel mio piccolo tengo presente la sua lezione. Oggi nel fumetto italiano manca però una scrittura come la sua, che sia speciale e che sappia parlare allo stesso tempo ad un pubblico molto ampio. Diversamente oggi i narratori a fumetti più originali e significativi restano quasi sempre ristretti, fatta qualche rara eccezione, all'interno di una riserva indiana. Non riusciamo più ad essere originali e popolari?

lunedì 18 ottobre 2010

Luis Buñuel

Durante i miei anni universitari fui tra i fondatori e animatori di un cineforum studentesco. Adesso potrà sembrarvi strano, ma fu il primo cineforum studentesco della facoltà (nel senso che non ne erano mai esistiti altri prima di allora - si, erano altri tempi).
Ogni volta per le varie rassegne che organizzavamo bisognava smaltire una serie di pratiche burocratiche per avere l'autorizzazione a svolgerle, il programma doveva avere l'imprimatur di una docente che per altro in materia non aveva la benché minima competenza, oltretutto i mezzi a nostra disposizione erano alquanto obsoleti (un vecchio vhs e uno scalcinato televisore a 60 pollici o giù di lì) per altro disponibili solo in un'aula il cui utilizzo era limitato dalle 18,30 alle 20,30 a causa delle lezioni precedenti che vi si svolgevano e dei bidelli che finivano l'orario di servizio. Si, eravamo costretti a scegliere film di massimo due ore... non eravamo un gruppo numeroso, e di solito non ci mettevamo molto a scegliere i film (anche perchè dovevamo procurarceli noi a nostre spese, ovvio). La facoltà non scuciva una lira. Scopo del cineforum era diffondere cultura cinematografica.
Per me fu un'occasione unica per vedere opere che non conoscevo e scoprire autori di cui fino ad allora avevo solo sentito parlare. Ho un bel ricordo di quelle rassegne. Mi hanno aiutato a capire il cinema, a formare un mio gusto, un senso critico. E poi il cinema aiuta a sognare, a capire la realtà, a scoprire chi siamo e dove andiamo. Per chi scrive il cinema (il buon cinema) è fondamentale.
Una volta finita l'università, dopo la laurea, il cineforum chiuse i battenti, nonostante le proiezioni fossero sempre frequentate dagli studenti non ne trovammo da coinvolgere per continuare l'iniziativa dopo di noi.
Con l'avvento della riforma e delle "insegne luminose che attirano gli allocchi" le rassegne iniziarono ad essere organizzate dalla facoltà, con mezzi più adeguati (proiettori digitali, maxi schermo) ma senza anima, così, per puro scopo didattico e spesso senza una logica estetica.
Ad ogni modo, durante quelle rassegne scoprii per esempio Luis Buñuel e mi appassionai al suo cinema. Pellicole come I figli della violenza, Estasi di un delitto, Nazarin, Viridiana, L'angelo sterminatore, Simon del deserto, fino a Bella di giorno, Il fascino discreto della borghesia e Quell'oscuro oggetto del desiderio mi hanno suggestionato parecchio, a esse sono tornato negli anni più volte per rintracciare qualcosa che ancora mi sfuggiva.
Il respiro antiborghese, l'anticlericalismo e la vena surreale del cinema di Luis Buñuel mi hanno ispirato più di qualche idea.
Per dire che il cinema racconta la realtà, ti spinge a comprendere e poi a tua volta a raccontare le cose dal tuo punto di vista. Nel nuovo fumetto ci sono state delle sequenze surrealiste che mi hanno aiutato a scrivere le tavole in maniera più efficace. Non so, oggi me ne sono ricordato, tutto qua.

giovedì 14 ottobre 2010

Philip K. Dick

Tutto ebbe inizio, almeno per me, nella primavera del 1996. Allora non avevo ancora compiuto vent'anni ma la letteratura era già al centro dei miei interessi. In quel tempo senza alcuna ragione precisa iniziai a interessarmi alla fantascienza. Asimov non riusciva ad appassionarmi. Preferivo qualcosa di più viscerale. Un amico appassionato di science-fiction mi indicò allora un classico Urania che era appena uscito, si intitolava Il dottor Futuro: Philip K. Dick da quel giorno divenne uno dei miei scrittori preferiti.
Trovo sempre qualcosa di interessante in quelle storie, nella loro scrittura, che travalicano il genere e i suoi romanzi di tanto in tanto si affacciano tra le mie letture da Il disco di fiamma a La svastica sul sole, da I simulacri a Ubik, passando per La penultima verità, Follia per sette clan, Illusione di potere, Noi Marziani, In senso inverso, Scorrete lacrime disse il poliziotto e Labirinto di morte fino all'inarrivabile e immensa Trilogia di Valis. Un'impresa che non vedrà mai fine data la sconfinata produzione del grande scrittore americano. Ciò nonostante arriva sempre il momento per un buon libro di Philp K. Dick, perchè le sue storie dietro l'aspetto fantascientifico raccontano l'irrequietezza di un autore acuto osservatore della realtà, interprete delle illusioni e delle finzioni del mondo, sempre pronto a anteporre la pura e semplice dignità dell'essere umano contro ogni oppressione politica, attento ai risvolti psicotici della società post-moderna, all'impatto feroce dei mass media e della tecnologia sull'individuo, alle droghe, alla manipolazioni della verità e della mente, teso negli ultimi anni fin anche alla ricerca di Dio. Si, probabilmente Philp K. Dick è tra i maggiori scrittori nordamericani del novecento. Quasi ignorato in vita, noto solo alla cerchia degli appassionati, dopo la sua morte e per un certo periodo fu quasi di moda, sopratutto in seguito all'uscita di Blade Runner (pellicola di Ridley Scott ispirata a un suo racconto) e grazie alla corrente letteraria del cyber-punk. Certo, negli anni è stato saccheggiato da chiunque, al cinema, nei fumetti e anche da una moltitudine di pallidi epigoni. Tuttavia Philip K. Dick resta dannatamente attuale.
E cosa c'entra Philip K. Dick col mio nuovo fumetto? Non c'entra ma in qualche modo c'entra.

lunedì 11 ottobre 2010

Mister No

Leggo fumetti sin da quand'ero bambino, Geppo e Topolino erano i miei preferiti, da ragazzo poi ho letto di tutto da Spiderman a Batman, da Ken Parker a Dylan Dog. Crescendo scoprivo altri mondi a fumetti (la Vertigo - di cui ho scritto proprio qui qualche mese fa - gli argentini, i classici - Pratt, Buzzelli, Micheluzzi - e via via Giardino, Gipi, Toffolo, Bacilieri... e tanti altri ancora... ma se dovessi scegliere un personaggio che ricordo con particolare piacere tra le mie letture di fumetti di ragazzo credo che penserei subito a Mister NO. Ricordo che trovavo suoi albi da leggere pure dal barbiere dove andavo a tagliare i capelli, a disposizione dei clienti in attesa. Albi stampati su carta povera e ingiallata, ruvida al tatto, economici, splendidamente illustrati in bianco e nero.
Fu creato nel 1975 da Guido Nolitta, alias Sergio Bonelli, col contributo grafico di Gallieno Ferri, Franco Donatelli e Roberto Diso. Nel personaggio Bonelli infuse molto di sè: la passione per i viaggi esotici, per il jazz (dixieland e bebop), per l’avventura ed i miti cinematografici dei fifties.
Mister No viveva nell’Amazzonia brasiliana degli anni cinquanta, si guadagnava da vivere pilotando un Piper per turisti, ricercatori, archeologi ed avventurieri rimanendo spesso coinvolto in situazioni pericolose. A fare da sfondo alla serie erano la sonnolenta Manaus di allora, gli aerei d’epoca, le foreste pluviali, le tribù di indios, le paludi, i templi nascosti, i battelli fluviali e il Rio delle Amazzoni coi suoi affluenti.
Mister No era un gringo, un americano il cui vero nome è Jerry Drake. Il soprannome “Mister No” se lo era guadagnato al tempo della guerra di Corea (1950-53), quando faceva parte delle “Tigri volanti” dell’aviazione statunitense. Insofferente alla disciplina, non tollerava l’ottusità dei militari buoni a ubbidire agli alti ufficiali anziché alla propria coscienza. Di indole ribelle, Jerry Drake si era arruolato nell’esercito per sfuggire al padre con cui aveva un rapporto aspro e contrastato e alla fine del conflitto, disgustato dagli orrori, abbandonò l’esercito e la frenetica società occidentale per rifugiarsi nella rovente, umida, placida Manaus, capitale dell’Amazzonia. Mister No negli anni si affermò come uno dei personaggi innovativi del fumetto popolare italiano. L’insofferenza alla disciplina, la lealtà, l’amore per la chachaca e le belle donne contraddistinguono questo drammatico e allo stesso tempo scanzonato personaggio. Jerry Drake non era il classico eroe tutto d’un pezzo, aveva rapporti liberi con le donne, fuggiva da qualcosa senza sapere bene cosa (la famiglia, l'esercito, la società tutta). Era un perdente forse, una persona che doveva fare i conti con una coscienza irrequieta, una visione del mondo contraria alle ingiustizie. Funse da apripista per antieroi problematici quali Ken Parker (1977) e Dylan Dog (1986), tutti e tre debitori in qualche modo del Corto Maltese di Pratt (ma questa è un'altra faccenda).
Nel 2008 durante una Mostra Internazionale di Cartoonist a Rapallo (GE) ho conosciuto Giovanni Bruzzo (tra i disegnatori della serie nelle ultime annate) che mi ha omaggiato gentilmente di un bellisimo disegno in A3 del buon vecchio MisterNO!
Mi rendo conto che forse ricordare questi personaggi e un certo modo di fare fumetti rimane qualcosa di nostalgico. Tutto cambia, com'è giusto che sia. Probabilmente non esisterebbero lettori nè editori disposti più a scomettere un euro su qualcosa del genere (la stessa Bonelli ha chiuso la serie). Sicuramente c'è qualcosa in quei modi di raccontare che oggi non funziona più. Andrebbero aggiornati e rivisitati. Eppure c'è stato un tempo in cui bastava vedere un areo planare sopra la foresta amazzonica per sognare una grande Avventura a fumetti. Bei tempi, tuttosommato.

venerdì 8 ottobre 2010

Megaloman

Ho frequentato le scuole elementari durante la prima metà degli anni ottanta. L'invasione nipponica in Italia era già iniziata da qualche annetto. Le emittenti televisive avevano iniziato a trasmettere i cartoni animati giapponesi. Se non ricordo male i primi che ricordo di aver visto erano Goldrake e Mazinga. Poi arrivarono Jeeg Robot d'acciaio e Daitarn 3 e tanti altri. Negli anni arriverò a vederne a bizzeffe...
Non è dei robot dei cartoni giapponesi che voglio scrivere, bensì di un telefilm giapponese con protagonisti attori in carne e ossa che all'epoca seguivo tutti i giorni: Megaloman.
La storia era molto semplice, il giovane Takashi e sua madre scappano dal pianeta Rosetta invaso dall'Esercito della Stella Nera comandato da Capitan Delitto e si rifugiano sul nostro pianeta dove vivono pacificamente in Giappone. Takashi conduce apparentemente una vita normale, come tanti coetanei, frequenta la palestra di Kung Fu del maestro Takamine, ha una fidanzata, Ran, figlia del maestro, e tre inseparabili amici, Seiji, Hyousuke e Ippei. Tranne Takamine, nessuno conosce la verità sul passato di Takashi, finchè l'Esercito della Stella Nera prenderà di mira il pianeta Terra inviando i terribili mostri guerrieri.
A quel punto Takashi riceve in dono dalla madre due braccialetti che gli consentiranno di trasformarsi nel gigante Megaloman e combattere così gli invasori. Anche Ran, Seiji, Hyousuke e Ippei riceverano dei braccialetti che potenzieranno le loro abilità marziali per affiancare Takashi nella lotta contro l'Esercito della Stella Nera.
Le storie erano molto semplici. In genere ogni episodio iniziava con Capitan Delitto intento a ordire un piano per disttuggere Megaloman, ostinato baluardo di difesa della Terra, poi seguiva l'invio di un mostro guerriero che rompeva la pacifica quotidianità della cittadina nipponica di turno, quindi l'intervento di Takashi-Megaloman avrebbe poi risolto la faccenda e rinviato lo scontro all'episodio successivo. Non mancherà il colpo di scena alla fine della serie: Capitan Delitto era in realtà Hiroshi, il fratello gemello malvagio di Takashi!
Ovvio, visti adesso perdono gran parte del loro fascino, ma a quell'età a queste cose ci si appassiona sul serio... poi gli scenari erano realistici, molto vicini alla quotidianità da sembrare veri, tanto che ricordo come un giorno, avrò avuto sei-sette anni, chiesi a mia madre perchè al telegiornale non parlavano mai dei mostri guerrieri che attaccavano la Terra e di tutti i danni e i morti che provocavano in Giappone... ah! beata innocenza!

martedì 5 ottobre 2010

Corto Maltese

Nel 2006 la Tunuè pubblica il mio saggio Leggere Hugo Pratt. L'autore di Corto Maltese tra fumetto e letteratura. Un lavoro durato circa tre anni (considerato pure che il libro nacque dalla rielaborazione, dallo sviluppo e dall'approfondimento della mia precedente tesi di laurea) che a distanza di quasi un lustro dall'uscita continua a difendersi bene o, come mi suggeriscono dalla Tunuè, "fa catalogo". Ad ogni modo, il saggio fu pure tra i finalisti del Premio Franco Fossati 2007.
Insomma, nonostante la saggistica sia molto faticosa come attività e poco o nulla remunerativa, almeno nella maggioranza dei casi, questo libro per me avrà sempre un significato particolare. Da un lato segna il mio debutto da "professionista" nel mondo del fumetto, dall'altro unisce nella realizzazione di un sogno che accarezzavo da tempo le mie principali passioni: la scrittura, il fumetto e la letteratura.
Negli anni poi sono venuti i soggetti e le sceneggiature, non sono mancate le recensioni e le segnalazioni per Leggere Hugo Pratt però, credetemi, la vita di un autore può avere dei momenti davvero grigi dettati da cause che spesso non dipendono nemmeno dalla propria volontà ma da quella altrui o dal semplice e incontrollabile caso (un progetto per un fumetto che non va in porto, una tua idea che alle tue spalle viene copiata dagli altri - che fanno pure gli indifferenti - un libro che salta all'ultimo momento...), ebbene in questi casi ecco che in qualche modo il buon HP mi manda un segnale di incoraggiamento.
Giusto ieri nello studio di un amico mi trovavo a sfogliare l'ultima edizione dei fumetti di Corto Maltese (in particolare il volume numero 9 - Suite caribeana) che escono in abbinamento ai periodici Rizzoli-Corriere della Sera ed ecco che all'interno dell'apparato redazionale curato da Fabio Licari a pag. 4 leggo quanto segue "In cerca di una chiave di comprensione moderna, ordinata e sintetica dell'opera prattiana suggerisco Leggere Hugo Pratt (Tunuè, 2006), saggio ben scritto da Giovanni Marchese".
In questi casi il morale spicca un salto in alto e ritorni a credere che presto o tardi gli obiettivi saranno raggiunti.
Grazie Maestro!

sabato 2 ottobre 2010

Che tempo che fa


Riprendo il racconto sulla composione di soggetto e sceneggiatura del nuovo fumetto. Assimilati libri, sogni e riflessioni, avevo ormai chiaro che il punto di vista da cui avrei elaborato la narrazione sarebbe stato quello di uno schizoide paranoico che si sarebbe mosso in un contesto di feroce frontiera collocata in una Sicilia prossima ventura, diciamo situata alla distanza di una misera manciata di due-tre anni nel futuro rispetto all'oggi.
James G. Ballard da qualche parte sostenne che l'unica realtà possibile è quella che costruiamo dentro di noi: cercai di mantenermi sulla traccia di questo sentiero.
In una prima fase mi concentrai sulla raccolta di materiale narrativo che si formava spontaneamente dall'osservazione e dalla rielaborazione della realtà, di cose da dire dettate esclusivamente dalla semplice urgenza e dalla loro bruciante attualità.
Le gettai tutte via come in fondo all'acqua: personaggi, concetti, idee, situazioni.
Mi sedetti in riva al fiume e attesi il cadavere del nemico.
In quei momenti aspetti, non devi farea altro. Aspetti, e se non succede niente, aspetti ancora un po'.
Solo ciò che ritornò a galla fu da acchiappare e ritenere utile alla faccenda, alla storia che mi accingevo a raccontare.
Quella del tempo che scorre tra l'ideazione di un racconto, la stesura di una trama, l'elaborazione di un soggetto, la raccolta di una congrua documentazione è a mio modo di vedere la fase più importante e delicata nella scrittura di un fumetto, poichè se essa risultasse inadeguata neanche il migliore disegnatore al mondo riuscirebbe nell'impresa di raddrizzare le sorti di un libro a fumetti nato male.
Questa è la parte più preziosa e contemporaneamente la più sconosciuta nella creazione di un fumetto: il tempo.
Nessuno mai inserirà nei credits di un fumetto il tempo.

(nell'immagine: Edward Hopper, Rooms by the sea, 1951)