Si è appena conclusa la prima stagione di True Detective, la magnifica serie televisiva ideata dallo scrittore Nic Pizzolatto per l'emittente statunitense HBO.
Per coloro che ancora non avessero avuto modo di vederla, dirò solo che essa narra le vicende di Martin Hart e Rustin Cohle (interpretati rispettivamente da Woody Harrelson e da un Matthew McConaughey in stato di grazia), due detective della polizia dello Stato della Luisiana impegnati nelle indagini tese a catturare un assassino seriale. Una ricerca che inevitabilmente si intreccerà con le vicissitudini personali e le tensioni familiari vissute dai protagonisti.
La narrazione, che si snoda attraverso un arco temporale che va dal 1995 al 2012 con un percorso in cui si alternano con grande efficacia flash-back e flash forward, si caratterizza sin dalle prime battute come un poliziesco duro e puro vecchia scuola hard boiled, seppur aggiornato e contaminato da elementi misticheggianti e soprannaturali, tanto che in un primo momento si è portati subito a collegare True Detective alla serie più grande di sempre, ovvero il Twin Peaks di David Lynch (1990), mentre nel corso delle puntate si fa sempre più vivo il legame con il filone ultraterreno della produzione letteraria americana che da Ambrose Bierce conduce a H.P. Lovecraft.
In realtà, a mio modesto avviso, al di là delle varie influenze cinematografiche (tra gli altri, The Texas Chain Saw Massacre diretto nel 1974 da Tobe Hooper), se proprio volessimo individuare un antecedente televisivo il candidato giusto sarebbe Miami Vice, la serie ideata nel 1984 da Anthony Yerkovich e Michael Mann. Il che, per tutta una serie di motivi: l'uso di un linguaggio per immagini di solido impianto cinematografico, il tono realistico da poliziesco procedurale, la cifra drammatica del racconto e la profondità interpretativa degli attori. L'elaborazione di una scrittura di altissimo livello; questo è il punto nodale della buona riuscita della serie: una scrittura di grande qualità senza la quale il buon esito di ogni racconto per immagini (su pellicola o su carta, film o fumetto che sia) andrebbe a farsi fottere. Semplicemente.
Ciò premesso, senza voler spoilerare nulla, consiglio caldamente a quanti non l'avessero fatto, di vedere tutte le otto puntate di questa serie, una storia di sbirri raccontata come Dio comanda, giusto per farsi un'idea dell'infimo livello e della banalità che caratterizzano le serie televisive (e anche no) italiane, lontane anni luce da produzioni del livello di True Detective. Oltretutto, la prima stagione è conclusiva, dato che la serie è antologica e a ogni stagione cambieranno ambientazione e interpreti. Insomma, l'effetto "beautiful" è un rischio scongiurato. Buona visione.
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martedì 11 marzo 2014
mercoledì 13 aprile 2011
Miami Vice
I primi ardori della primavera mi fanno tornare in mente quando, sarà stato intorno alle scuole medie, sto parlando quindi degli anni ottanta, nel primo pomeriggio seguivo alla tv le puntate di Miami Vice. Il nerd che c'è in noi è fatto un po' così, instaura collegamenti ad minchiam... ma a distanza di tanti anni cos'è che ci attirava di quella serie? Il realismo.A pensarci bene era girata magistralmente, come fosse una pellicola cinematografica, tanto si notava la differenza con altre serie televisive dell'epoca. La verosimiglianza delle storie di Rico e Sonny, i due agenti dell'antidroga della polizia di Miami che agivano sotto copertura, interpretati da Philip M. Thomas e Don Johnson, erano così ben congegnate da sembrare vere. L'ambientazione era ispirata, la resa della città di Miami e del mondo criminale e non solo legato ai traffici di stupefacenti era convincente, tanto da immergerci dentro le vicende. Molto accurata inoltre era la caratterizzazione dei personaggi, penso non solo ai protagonisti ma anche ai comprimari, dal tenente Castillo agli agenti Switek e Zito fino alle agenti Joplin e Calabrese (davvero gagliarde quelle tipe) fino ai vari criminali e comprimari di turno (interpretati di volta in volta da volti noti del cinema e non solo - Pam Grier, Phil Collins, Frank Zappa, Bruce Willis, Benicio del Toro e Miles Davis, tra i tanti...).
Infine l'ambientazione anni'80 della serie rimane memorabile: acconciature, abbiagliamento, musiche... Miami Vice rimane un esempio di racconto per immagini forse insuperato e che è servito da riferimento per tante narrazioni a venire.
Nel fumetto italiano l'esempio che mi viene in mente è Nick Raider, il poliziotto protagonista dell'omonima serie prodotta da Bonelli. La ricordo come una lettura assai godibile, peccato che sia stata chiusa qualche anno fa.
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lunedì 17 maggio 2010
Time Out
Oggi quando ascolto la gente parlare di serie televisive mi sembrano tutti dei novellini, si vabbé Lost, Boris etc. etc. non dubito... tuttavia preferisco le serie che hanno fatto Storia come Sanford & Son, Miami Vice, Twin Peaks o Star Trek.Ai tempi delle scuole superiori c'era un telefilm di cui non perdevo una puntata, si intitolava Time Out La serie raccontava la vita di un gruppo di studenti dello scalcinato Carver (mai nome fu più azzeccato se penso al Carver scrittore), un liceo del ghetto di Los Angeles. Facevano tutti parte della squadra di pallacanestro guidata da una ex stella dei Chicago Bulls. Erano ragazzi di colore o figli di immigrati italoamericani, messicani e ebrei polacchi. La serie mi piaceva molto per tanti motivi. Intanto perché i protagonisti avevano la mia età e vivevano un contesto assai simile al mio, potevo benissimo rivedere negli episodi e nei personaggi cose che conoscevo bene, problemi, sogni e tutto che non trovavi in televisione. Poi c'erano gli anni '70 sullo sfondo, la pallacanestro che praticavo a scuola e comunque un approccio al racconto in presa diretta, un linguaggio realistico e sincero, uno stile asciutto ed essenziale che non poteva lasciarmi indifferente.
Oggigiorno di tanto in tanto replicano una miriade di telefilm d'annata, mai però Time Out (che in originale si chiama White Shadow, poichè il coach li avrebbe seguiti ovunque come un'ombra, "un'ombra bianca", commentavano i ragazzi). Ecco, mi piacerebbe rivederlo, il ricordo della mia adolescenza è indissolubilmente legato, tra le altre cose, a quelle storie.
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