Ho pubblicato un racconto breve sul numero 22 di Verde, la rivista mensile indipendente e elettrocartacea curata da Alda Teodorani e Pierluca D'Antuono.
Verde è una rivista molto interessante e, come dovrebbe essere per ogni rivista indipendente, anche carica di energia e vitalità, contenuti critici e pensiero controcorrente.
Al suo interno potete trovare grafica & illustrazione, fotografia, poesie, racconti, rubriche. Il numero di questo mese è dedicato in particolare all'artista Guglielmo Achille Cavellini, noto come GAC, nel centenario della sua nascita. Artista, collezionista e mecenate, GAC è una figura cardine del mondo dell'arte contemporanea.
Sul numero di questo mese, come dicevo, uscito in questi giorni, è contenuto il mio racconto che si intitola Carnaio.
Si tratta di un testo in cui ho provato a misurarmi con una scrittura e un linguaggio di impronta "nera" lavorando su alcune idee molto cattive. Chi volesse leggerlo potrà farlo gratuitamente sfogliando Verde on line qui in calce, oppure direttamente su Issuu, alle pagine 10-11. Qualora voleste procurarvi una copia cartacea della rivista potete consultare il blog di Verde dove sono indicati i punti di distribuzione.
venerdì 21 marzo 2014
martedì 11 marzo 2014
True Detective
Si è appena conclusa la prima stagione di True Detective, la magnifica serie televisiva ideata dallo scrittore Nic Pizzolatto per l'emittente statunitense HBO.
Per coloro che ancora non avessero avuto modo di vederla, dirò solo che essa narra le vicende di Martin Hart e Rustin Cohle (interpretati rispettivamente da Woody Harrelson e da un Matthew McConaughey in stato di grazia), due detective della polizia dello Stato della Luisiana impegnati nelle indagini tese a catturare un assassino seriale. Una ricerca che inevitabilmente si intreccerà con le vicissitudini personali e le tensioni familiari vissute dai protagonisti.
La narrazione, che si snoda attraverso un arco temporale che va dal 1995 al 2012 con un percorso in cui si alternano con grande efficacia flash-back e flash forward, si caratterizza sin dalle prime battute come un poliziesco duro e puro vecchia scuola hard boiled, seppur aggiornato e contaminato da elementi misticheggianti e soprannaturali, tanto che in un primo momento si è portati subito a collegare True Detective alla serie più grande di sempre, ovvero il Twin Peaks di David Lynch (1990), mentre nel corso delle puntate si fa sempre più vivo il legame con il filone ultraterreno della produzione letteraria americana che da Ambrose Bierce conduce a H.P. Lovecraft.
In realtà, a mio modesto avviso, al di là delle varie influenze cinematografiche (tra gli altri, The Texas Chain Saw Massacre diretto nel 1974 da Tobe Hooper), se proprio volessimo individuare un antecedente televisivo il candidato giusto sarebbe Miami Vice, la serie ideata nel 1984 da Anthony Yerkovich e Michael Mann. Il che, per tutta una serie di motivi: l'uso di un linguaggio per immagini di solido impianto cinematografico, il tono realistico da poliziesco procedurale, la cifra drammatica del racconto e la profondità interpretativa degli attori. L'elaborazione di una scrittura di altissimo livello; questo è il punto nodale della buona riuscita della serie: una scrittura di grande qualità senza la quale il buon esito di ogni racconto per immagini (su pellicola o su carta, film o fumetto che sia) andrebbe a farsi fottere. Semplicemente.
Ciò premesso, senza voler spoilerare nulla, consiglio caldamente a quanti non l'avessero fatto, di vedere tutte le otto puntate di questa serie, una storia di sbirri raccontata come Dio comanda, giusto per farsi un'idea dell'infimo livello e della banalità che caratterizzano le serie televisive (e anche no) italiane, lontane anni luce da produzioni del livello di True Detective. Oltretutto, la prima stagione è conclusiva, dato che la serie è antologica e a ogni stagione cambieranno ambientazione e interpreti. Insomma, l'effetto "beautiful" è un rischio scongiurato. Buona visione.
Per coloro che ancora non avessero avuto modo di vederla, dirò solo che essa narra le vicende di Martin Hart e Rustin Cohle (interpretati rispettivamente da Woody Harrelson e da un Matthew McConaughey in stato di grazia), due detective della polizia dello Stato della Luisiana impegnati nelle indagini tese a catturare un assassino seriale. Una ricerca che inevitabilmente si intreccerà con le vicissitudini personali e le tensioni familiari vissute dai protagonisti.
La narrazione, che si snoda attraverso un arco temporale che va dal 1995 al 2012 con un percorso in cui si alternano con grande efficacia flash-back e flash forward, si caratterizza sin dalle prime battute come un poliziesco duro e puro vecchia scuola hard boiled, seppur aggiornato e contaminato da elementi misticheggianti e soprannaturali, tanto che in un primo momento si è portati subito a collegare True Detective alla serie più grande di sempre, ovvero il Twin Peaks di David Lynch (1990), mentre nel corso delle puntate si fa sempre più vivo il legame con il filone ultraterreno della produzione letteraria americana che da Ambrose Bierce conduce a H.P. Lovecraft.
In realtà, a mio modesto avviso, al di là delle varie influenze cinematografiche (tra gli altri, The Texas Chain Saw Massacre diretto nel 1974 da Tobe Hooper), se proprio volessimo individuare un antecedente televisivo il candidato giusto sarebbe Miami Vice, la serie ideata nel 1984 da Anthony Yerkovich e Michael Mann. Il che, per tutta una serie di motivi: l'uso di un linguaggio per immagini di solido impianto cinematografico, il tono realistico da poliziesco procedurale, la cifra drammatica del racconto e la profondità interpretativa degli attori. L'elaborazione di una scrittura di altissimo livello; questo è il punto nodale della buona riuscita della serie: una scrittura di grande qualità senza la quale il buon esito di ogni racconto per immagini (su pellicola o su carta, film o fumetto che sia) andrebbe a farsi fottere. Semplicemente.
Ciò premesso, senza voler spoilerare nulla, consiglio caldamente a quanti non l'avessero fatto, di vedere tutte le otto puntate di questa serie, una storia di sbirri raccontata come Dio comanda, giusto per farsi un'idea dell'infimo livello e della banalità che caratterizzano le serie televisive (e anche no) italiane, lontane anni luce da produzioni del livello di True Detective. Oltretutto, la prima stagione è conclusiva, dato che la serie è antologica e a ogni stagione cambieranno ambientazione e interpreti. Insomma, l'effetto "beautiful" è un rischio scongiurato. Buona visione.
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venerdì 14 febbraio 2014
Primo Levi, una stella tranquilla
Una stella tranquilla - Ritratto sentimentale di Primo Levi è un fumetto di Pietro Scarnera uscito per Comma 22 Editore poche settimane fa.
Avevo già avuto modo di apprezzare le capacità grafiche e narrative di Scarnera nel 2010, quando aveva pubblicato per la stessa casa editrice il fumetto Diario di un addio, dove raccontava con grande efficacia e sensibilità le vicissitudini del protagonista, figlio di un malato in stato vegetativo, e della sua famiglia alle prese con la malattia, gli ospedali, la morte e riuscendo a rendere universale quella che era una esperienza individuale. Personale.
Quando allora venni a sapere della lavorazione di questo nuovo fumetto su Primo Levi, scrittore che ho sempre apprezzato molto, divenni curioso di sapere come sarebbe venuto fuori. Personalmente non amo il genere biografico/autobiografico, anzi, per essere più preciso non amo la maniera in cui questo genere è stato "trattato" talvolta attraverso il fumetto negli ultimi anni: storie autoreferenziali dense di vacuo intimismo e fervente retorica, segni convenzionali, mezzetinte deprimenti e la noia che solo un distorto senso etico del dovere sa esprimere. Esistono delle eccezioni, per esempio: Stalag XB di Marco Ficarra, Coltrane di Paolo Parisi o Philip K. Dick di Matteuzzi & Ongarato. E penso anche a Joe Matt o Adrian Tomine. Tuttavia spesso ho visto biografie di personaggi morti in circostanze tragiche e/o esemplari contro il muro di gomma dello Stato assente composte giuste in occasione di qualche anniversario solo nell'intenzione di "fare cassa" e imporsi con destrezza e facilità all'attenzione degli addetti ai lavori e forse dei lettori.
Ciò premesso, essendo da sempre invece interessato alla figura di Primo Levi, riponevo perciò in questo libro l'auspicio che potesse essere l'occasione per mostrare l'eccezionale complessità dello scrittore Levi.
A a mio parere, Scarnera è riuscito a comporre un racconto sentito, sincero, fuori da ogni retorica e da ogni facile finalità etico/morale e che mette in evidenza la complessità di Levi autore, testimone del lager, chimico industriale e scrittore di rara intelligenza. Una intelligenza inquieta. Una personalità letteraria articolata che Scarnera ricerca e ricostruisce a tutto tondo con un segno intenso e essenziale, originale e carico di immaginazione; ma anche attraverso una scrittura immediata e gentile che si concentra sulla vita di Levi dal suo ritorno a Torino dopo la guerra e fino alla morte, seguendo le tappe del diventare scrittore tra la rielaborazione della memoria e l'invenzione fantascientifica. Insomma, se esistesse un segreto per fare delle buone biografie a fumetti Scarnera lo conosce bene.
Avevo già avuto modo di apprezzare le capacità grafiche e narrative di Scarnera nel 2010, quando aveva pubblicato per la stessa casa editrice il fumetto Diario di un addio, dove raccontava con grande efficacia e sensibilità le vicissitudini del protagonista, figlio di un malato in stato vegetativo, e della sua famiglia alle prese con la malattia, gli ospedali, la morte e riuscendo a rendere universale quella che era una esperienza individuale. Personale.
Quando allora venni a sapere della lavorazione di questo nuovo fumetto su Primo Levi, scrittore che ho sempre apprezzato molto, divenni curioso di sapere come sarebbe venuto fuori. Personalmente non amo il genere biografico/autobiografico, anzi, per essere più preciso non amo la maniera in cui questo genere è stato "trattato" talvolta attraverso il fumetto negli ultimi anni: storie autoreferenziali dense di vacuo intimismo e fervente retorica, segni convenzionali, mezzetinte deprimenti e la noia che solo un distorto senso etico del dovere sa esprimere. Esistono delle eccezioni, per esempio: Stalag XB di Marco Ficarra, Coltrane di Paolo Parisi o Philip K. Dick di Matteuzzi & Ongarato. E penso anche a Joe Matt o Adrian Tomine. Tuttavia spesso ho visto biografie di personaggi morti in circostanze tragiche e/o esemplari contro il muro di gomma dello Stato assente composte giuste in occasione di qualche anniversario solo nell'intenzione di "fare cassa" e imporsi con destrezza e facilità all'attenzione degli addetti ai lavori e forse dei lettori.
Ciò premesso, essendo da sempre invece interessato alla figura di Primo Levi, riponevo perciò in questo libro l'auspicio che potesse essere l'occasione per mostrare l'eccezionale complessità dello scrittore Levi.
A a mio parere, Scarnera è riuscito a comporre un racconto sentito, sincero, fuori da ogni retorica e da ogni facile finalità etico/morale e che mette in evidenza la complessità di Levi autore, testimone del lager, chimico industriale e scrittore di rara intelligenza. Una intelligenza inquieta. Una personalità letteraria articolata che Scarnera ricerca e ricostruisce a tutto tondo con un segno intenso e essenziale, originale e carico di immaginazione; ma anche attraverso una scrittura immediata e gentile che si concentra sulla vita di Levi dal suo ritorno a Torino dopo la guerra e fino alla morte, seguendo le tappe del diventare scrittore tra la rielaborazione della memoria e l'invenzione fantascientifica. Insomma, se esistesse un segreto per fare delle buone biografie a fumetti Scarnera lo conosce bene.
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sabato 11 gennaio 2014
La penultima città
Ammettiamo pure che uno dei motivi se non il motivo fondamentale che mi ha portato a leggere il romanzo di Piero Calò, tra gli altri in catalogo per Las Vegas Edizioni, è stato sapere che il medesimo scrittore era anche autore di un trattato sulla figura di Linda Lovelace e sulla pornografia analizzata prima e dopo quello spartiacque che da tutti gli esperti è considerata la pellicola Gola Profonda (Gerard Damiano, 1972). Ammettiamolo pure.
Ero persuaso perciò all'idea che un intelletto così disinvolto da scegliere un film porno come chiave di volta per una visione sulla società contemporanea di sicuro non mi avrebbe propinato il solito romanzo didattico e moralistico contro la decadenza del mondo occidentale, semmai un bel romanzo ironico e pieno di fantasia sull'indecenza del mondo occidentale.
E le aspettative sono state ripagate. Scrittore dotato d'una prosa elaborata e dal ritmo ondulatorio che divaga secondo tensioni contrastanti attraverso un lessico colorito e levigato, Piero Calò con La penultima città racconta un futuro prossimo, distorto e distopico ma anche bizzarro e imprevedibile, dove le "sorti magnifiche e progressive" del mondo occidentale sono rette dalla Giolla Unita, un'entità sovranazionale che ha preso il posto delle vecchie nazioni. Il denaro è stato abolito e al suo posto ogni cittadino ha a propria disposizione una tessera-punti con cui provvedere ai bisogni essenziali ma anche ai capricci. E sì, perché a tale scopo in ogni città sono a disposizione, a cura dei Beni Vizi e Servizi, sorta di surrogato delle vecchie amministrazioni comunali, dei magnifici bordelli dotati di ogni comfort e prestazione. L'oro, invece, in questo mondo sgangherato e futuribile non è scomparso ma è diventato ancor più prezioso, oltre a essere l'unico mezzo per evadere dalle città verso le Oasi Felici della Giolla Unita, luoghi esotici (ma anche no) che i cittadini possono ammirare solo attraverso i maxi schermi disseminati per le strade. A patto di riuscire a accumularne una quantità sufficiente prima di schiattare. Cosa niente affatto semplice come impareremo a conoscere leggendo questo romanzo corale, animato da una forza linguistica eversiva singolare e dominato da un tono umoristico sboccato ma raffinato.
La penultima città narra le vicissitudini di un gruppo di personaggi pittoreschi nella città di Torello, dove ognuno a proprio modo vive il destino individuale e collettivo dell'umanità mentre a loro insaputa la Storia complotta riservandogli un finale dagli echi palingenetici; in città esplode una bomba al giorno e non nascono più bambini da molti anni. E' la visione di un mondo distante solo un poco più in là dell'esistente e animato da un pieno smarrimento misto a una vaga eccitazione, una sorta di ottimismo disperato che, se da un lato non consola dall'altro nemmeno scoraggia. Una specie di allegra apocalisse verso un nuovo domani o un triste epilogo per le sorti dell'umanità? Ai lettori l'ardua sentenza! Quanto al sottoscritto, mi sono divertito un mondo a leggere La penultima città di Piero Calò.
Ero persuaso perciò all'idea che un intelletto così disinvolto da scegliere un film porno come chiave di volta per una visione sulla società contemporanea di sicuro non mi avrebbe propinato il solito romanzo didattico e moralistico contro la decadenza del mondo occidentale, semmai un bel romanzo ironico e pieno di fantasia sull'indecenza del mondo occidentale.
E le aspettative sono state ripagate. Scrittore dotato d'una prosa elaborata e dal ritmo ondulatorio che divaga secondo tensioni contrastanti attraverso un lessico colorito e levigato, Piero Calò con La penultima città racconta un futuro prossimo, distorto e distopico ma anche bizzarro e imprevedibile, dove le "sorti magnifiche e progressive" del mondo occidentale sono rette dalla Giolla Unita, un'entità sovranazionale che ha preso il posto delle vecchie nazioni. Il denaro è stato abolito e al suo posto ogni cittadino ha a propria disposizione una tessera-punti con cui provvedere ai bisogni essenziali ma anche ai capricci. E sì, perché a tale scopo in ogni città sono a disposizione, a cura dei Beni Vizi e Servizi, sorta di surrogato delle vecchie amministrazioni comunali, dei magnifici bordelli dotati di ogni comfort e prestazione. L'oro, invece, in questo mondo sgangherato e futuribile non è scomparso ma è diventato ancor più prezioso, oltre a essere l'unico mezzo per evadere dalle città verso le Oasi Felici della Giolla Unita, luoghi esotici (ma anche no) che i cittadini possono ammirare solo attraverso i maxi schermi disseminati per le strade. A patto di riuscire a accumularne una quantità sufficiente prima di schiattare. Cosa niente affatto semplice come impareremo a conoscere leggendo questo romanzo corale, animato da una forza linguistica eversiva singolare e dominato da un tono umoristico sboccato ma raffinato.
La penultima città narra le vicissitudini di un gruppo di personaggi pittoreschi nella città di Torello, dove ognuno a proprio modo vive il destino individuale e collettivo dell'umanità mentre a loro insaputa la Storia complotta riservandogli un finale dagli echi palingenetici; in città esplode una bomba al giorno e non nascono più bambini da molti anni. E' la visione di un mondo distante solo un poco più in là dell'esistente e animato da un pieno smarrimento misto a una vaga eccitazione, una sorta di ottimismo disperato che, se da un lato non consola dall'altro nemmeno scoraggia. Una specie di allegra apocalisse verso un nuovo domani o un triste epilogo per le sorti dell'umanità? Ai lettori l'ardua sentenza! Quanto al sottoscritto, mi sono divertito un mondo a leggere La penultima città di Piero Calò.
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sabato 21 dicembre 2013
Quattro soli a motore
Di storie ne ho sentite e lette in quantità industriale. E quindi riuscire a stupirmi e emozionarmi per un romanzo non è semplice. Eppure questo Quattro soli a motore uscito per Neo Edizioni lo scorso anno c'è riuscito. Una lettura che ho gustato come poche altre perché fa sempre piacere scoprire un bel romanzo.
La scrittura di Nicola Pezzoli, ricca, pastosa, fluida e viscerale si unisce a una trama, densa di pathos, mistero e di atmosfere sinistre, che si dipana lungo l'estate del 1978, un passato fosco, ma gravido di nostalgia e di rimpianto, dove si muove Corradino, il protagonista-bambino nelle cui paure e fantasie è facile immedesimarsi per chi legge. La narrazione procede per seduzioni. Cosa racchiude la Villa dei Kestenholz? Nascondersi in un campo di mais ti salverà dal cane nero? E dove sono seppelliti i tre figli del vecchio Tobias dato che in cimitero non pare esservi traccia delle loro tombe? E perché le sentenze scritte sul taccuino rosso di Wolfsburg paiono avverarsi con funesta precisione? E i bulli ti acchiapperanno anche oggi? Riuscirai a baciarla prima che vada via per sempre? Come finiranno i mondiali del '78? E cosa c'entra il carnaio della Prima Guerra Mondiale con i tuoi nonni?
Tante volte ho assistito a discussioni arzigogolate sulla letteratura, su cosa è e cosa non è, su cosa può essere e cosa dovrebbe essere. Sull'editoria e su quel che propina ai lettori: ma alla fine dei giochi ciò che conta è che in giro ci siano sempre nuovi e bei libri da leggere.
Quattro soli a motore lo è. Un romanzo che ti riconcilia con la lettura intesa come piacere. Leggi una pagina dopo l'altra come fosse un'avventura e quando stacchi non vedi l'ora di tornare. Una scrittura che brilla per verve e originalità compositiva. Nicola Pezzoli, un autore vero che non si limita a imbastire una trama ma infonde nell'opera una porzione della propria anima.
La scrittura di Nicola Pezzoli, ricca, pastosa, fluida e viscerale si unisce a una trama, densa di pathos, mistero e di atmosfere sinistre, che si dipana lungo l'estate del 1978, un passato fosco, ma gravido di nostalgia e di rimpianto, dove si muove Corradino, il protagonista-bambino nelle cui paure e fantasie è facile immedesimarsi per chi legge. La narrazione procede per seduzioni. Cosa racchiude la Villa dei Kestenholz? Nascondersi in un campo di mais ti salverà dal cane nero? E dove sono seppelliti i tre figli del vecchio Tobias dato che in cimitero non pare esservi traccia delle loro tombe? E perché le sentenze scritte sul taccuino rosso di Wolfsburg paiono avverarsi con funesta precisione? E i bulli ti acchiapperanno anche oggi? Riuscirai a baciarla prima che vada via per sempre? Come finiranno i mondiali del '78? E cosa c'entra il carnaio della Prima Guerra Mondiale con i tuoi nonni?
Tante volte ho assistito a discussioni arzigogolate sulla letteratura, su cosa è e cosa non è, su cosa può essere e cosa dovrebbe essere. Sull'editoria e su quel che propina ai lettori: ma alla fine dei giochi ciò che conta è che in giro ci siano sempre nuovi e bei libri da leggere.
Quattro soli a motore lo è. Un romanzo che ti riconcilia con la lettura intesa come piacere. Leggi una pagina dopo l'altra come fosse un'avventura e quando stacchi non vedi l'ora di tornare. Una scrittura che brilla per verve e originalità compositiva. Nicola Pezzoli, un autore vero che non si limita a imbastire una trama ma infonde nell'opera una porzione della propria anima.
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sabato 14 dicembre 2013
Il male
C'è un problema. All'Inferno non giungono più le anime dannate.
Cosa succederebbe se Lucifero, Principe delle tenebre e Signore dell'Ade, decidesse allora di andare a visitare il mondo delle anime umane ancor vive e vegete per vedere cosa sta succedendo?
Ce lo racconta Massimiliano Santarossa col suo ultimo romanzo intitolato Il male (Hacca Edizioni, 2013) dove assistiamo a questo viaggio oscuro in presa diretta al termine del mondo, un diario di viaggio cupo e in prima persona raccontato attraverso il punto di vista del primo tra gli angeli caduti: il diavolo!
La prima cosa che rimane impressa del libro di Santarossa è il ritmo della sua prosa: uniforme, incalzante e ossessivo. Un pulsare continuo e ininterrotto. Il glaciale rintocco di una campana nel buio della notte profonda. Un "cuore rivelatore" dal sottosuolo.
La sintassi procede attraverso correnti di alta tensione per accendere folgorazioni improvvise e fatali sullo sfondo di un fondale dalle tinte apocalittiche in cui riecheggiano i toni del José Saramago di Cecità, ma anche di Neil Gaiman e Philip K. Dick.
Eh sì, perché le visioni evocate ne Il male rievocano le ascendenze bibliche e pure certi scorci apocalittici degli scenari futuri raccontati nei romanzi e racconti dello scrittore americano da un lato, mentre dall'altro riportano alla mente la saga intitolata La stagione delle nebbie, una tra le più memorabili dei fumetti di Sandman (da cui prese spunto la serie Lucifer, dedicata appunto al Principe delle Tenebre che, lasciato l'Inferno, sceglie di vivere sulla Terra e in mezzo agli uomini).
Io non so se Massimiliano Santarossa avesse in mente queste cose durante la stesura del libro, ogni lettore, anche il sottoscritto perciò, sovrappone durante la lettura il proprio immaginario al testo, è inevitabile, e tuttavia sulla scrittura aleggia lo stesso qualcosa di più del semplice odor di zolfo. Un lirismo memore del Pasolini poeta, per esempio (L'usignolo della Chiesa Cattolica, Le ceneri di Gramsci...).
Il male è a ogni modo un romanzo che si distacca dai moduli stilistici di marca neo-realista, egemoni nello scenario letterario e editoriale contemporaneo nazionale, per affrancarsi invece in direzione di stilemi visionari e escatologici. Irreali eppure assai concreti. In una parola: spiazzante. Il lettore non è rassicurato. Viene condotto sì in un mondo familiare e quotidiano ma gli viene detto: vedi, questo orrore è casa tua, accomodati pure se ci riesci.
Nota di merito infine per la meravigliosa e emblematica copertina opera di Maurizio Ceccato.
Cosa succederebbe se Lucifero, Principe delle tenebre e Signore dell'Ade, decidesse allora di andare a visitare il mondo delle anime umane ancor vive e vegete per vedere cosa sta succedendo?
Ce lo racconta Massimiliano Santarossa col suo ultimo romanzo intitolato Il male (Hacca Edizioni, 2013) dove assistiamo a questo viaggio oscuro in presa diretta al termine del mondo, un diario di viaggio cupo e in prima persona raccontato attraverso il punto di vista del primo tra gli angeli caduti: il diavolo!
La prima cosa che rimane impressa del libro di Santarossa è il ritmo della sua prosa: uniforme, incalzante e ossessivo. Un pulsare continuo e ininterrotto. Il glaciale rintocco di una campana nel buio della notte profonda. Un "cuore rivelatore" dal sottosuolo.
La sintassi procede attraverso correnti di alta tensione per accendere folgorazioni improvvise e fatali sullo sfondo di un fondale dalle tinte apocalittiche in cui riecheggiano i toni del José Saramago di Cecità, ma anche di Neil Gaiman e Philip K. Dick.
Eh sì, perché le visioni evocate ne Il male rievocano le ascendenze bibliche e pure certi scorci apocalittici degli scenari futuri raccontati nei romanzi e racconti dello scrittore americano da un lato, mentre dall'altro riportano alla mente la saga intitolata La stagione delle nebbie, una tra le più memorabili dei fumetti di Sandman (da cui prese spunto la serie Lucifer, dedicata appunto al Principe delle Tenebre che, lasciato l'Inferno, sceglie di vivere sulla Terra e in mezzo agli uomini).
Io non so se Massimiliano Santarossa avesse in mente queste cose durante la stesura del libro, ogni lettore, anche il sottoscritto perciò, sovrappone durante la lettura il proprio immaginario al testo, è inevitabile, e tuttavia sulla scrittura aleggia lo stesso qualcosa di più del semplice odor di zolfo. Un lirismo memore del Pasolini poeta, per esempio (L'usignolo della Chiesa Cattolica, Le ceneri di Gramsci...).
Il male è a ogni modo un romanzo che si distacca dai moduli stilistici di marca neo-realista, egemoni nello scenario letterario e editoriale contemporaneo nazionale, per affrancarsi invece in direzione di stilemi visionari e escatologici. Irreali eppure assai concreti. In una parola: spiazzante. Il lettore non è rassicurato. Viene condotto sì in un mondo familiare e quotidiano ma gli viene detto: vedi, questo orrore è casa tua, accomodati pure se ci riesci.
Nota di merito infine per la meravigliosa e emblematica copertina opera di Maurizio Ceccato.
mercoledì 27 novembre 2013
Personaggi precari
Era da diverso tempo che volevo leggere i Personaggi precari di Vanni Santoni, ma l'originaria edizione del 2007 uscita per i tipi di RGB Edizioni era più introvabile delle leggendarie sette città d'oro. Adesso, dopo diverse traduzioni all'estero, il libro è tornato nuovamente reperibile grazie alla nuova edizione riveduta e ampliata pubblicata da Voland e allora finalmente ho potuto leggere questo testo che ho trovato assai singolare.
Non è un romanzo. Non è una raccolta di racconti. Men che meno una silloge di testi in versi (anche se potrebbe benissimo esserlo).
Una sorta di strano novellario di testi esili, spesso brevi come epigrafi e ancor più di rado corposi però senza mai superare la lunghezza di una pagina, ognuno rispondente al ritratto di un individuo, uomo o donna, colto attraverso una illuminazione, uno scorcio, un abbaglio, diretto e senza fronzoli, che ne mette in luce l'aspetto direi ancestrale, primordiale, dell'essere in oggetto.
Quel che viene fuori è una selva oscura di individui abietti, bruti e fragili, intransigenti e volgari, donne meschine e reiette, feline e volubili, una specie di bestiario contemporaneo tratteggiato attraverso un linguaggio fluido e scattante, concentrato e essenziale. Poetico. Un quadro espressionista a tinte multiformi dove il talvolta abusato tema della precarietà, della flessibilità, non viene qui declinato e tradotto da Vanni Santoni in termini solidali o sociali ma semmai antropologici e eminentemente letterari (e perciò più sinceri) fino a comporre un corpo polimorfo e sgusciante di pregevolissima fattura in cui per il lettore non è difficile imbattersi in volti conosciuti e facce già vedute altrove ma accese qui da una luce nuova e antica allo stesso tempo. Ogni testo un sussulto, ogni sussulto una rimembranza o un ricordo da passare al setaccio.
Non è un romanzo. Non è una raccolta di racconti. Men che meno una silloge di testi in versi (anche se potrebbe benissimo esserlo).
Una sorta di strano novellario di testi esili, spesso brevi come epigrafi e ancor più di rado corposi però senza mai superare la lunghezza di una pagina, ognuno rispondente al ritratto di un individuo, uomo o donna, colto attraverso una illuminazione, uno scorcio, un abbaglio, diretto e senza fronzoli, che ne mette in luce l'aspetto direi ancestrale, primordiale, dell'essere in oggetto.
Quel che viene fuori è una selva oscura di individui abietti, bruti e fragili, intransigenti e volgari, donne meschine e reiette, feline e volubili, una specie di bestiario contemporaneo tratteggiato attraverso un linguaggio fluido e scattante, concentrato e essenziale. Poetico. Un quadro espressionista a tinte multiformi dove il talvolta abusato tema della precarietà, della flessibilità, non viene qui declinato e tradotto da Vanni Santoni in termini solidali o sociali ma semmai antropologici e eminentemente letterari (e perciò più sinceri) fino a comporre un corpo polimorfo e sgusciante di pregevolissima fattura in cui per il lettore non è difficile imbattersi in volti conosciuti e facce già vedute altrove ma accese qui da una luce nuova e antica allo stesso tempo. Ogni testo un sussulto, ogni sussulto una rimembranza o un ricordo da passare al setaccio.
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