La testa mi fa dire che... è un'espressione tipica del dialetto siciliano; a testa mi fa diri ca... è intraducibile alla lettera, il suo significato stringente sarebbe "io penso che...", tuttavia non rende giustizia alla magnifica perifrasi "la testa mi fa dire", si perché quest'ultima lascia intedere che la testa sia qualcosa di autonomo dal resto del corpo e persino dall'anima, quando un siciliano pronuncia "la testa mi fa dire" bisogna fare molta attenzione. La testa mi fa dire sembrerebbe la casamatta della ragione, la fortezza della logica e invece no, "la testa mi fa dire" è il dominio dell'intuito, una sorta di sesto senso.
Una voce profonda che viene da lontano.
Scrivere è affidarsi a questa voce. Per questo uno scrittore (quindi anche uno sceneggiatore) quando lo vedi è come se non esistesse; lo sguardo vuoto, la testa altrove, effettivamente altrove, appresso le vicende dei propri personaggi, sulle tracce della storia che sta scrivendo, che mai l'abbandona un attimo. Quella voce che ti sussurra all'orecchio suggerendoti idee e sviluppi nei momenti e nei luoghi più disparati; e a quel punto sei condannato, obbligato a stare ad ascoltare, cercando di registrare bene il tutto che poi ti toccherà scrivere recluso da qualche parte.
Uno scrittore non conduce una sola vita, ma due, almeno. E uno scrittore insegue il tempo per scrivere dopo il lavoro, le ore che rosicchia agli affetti, alle faccende quotidiane, al sonno e a tutto il resto. Il tutto nella speranza di essere compreso. Almeno compatito.
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martedì 15 maggio 2012
lunedì 6 giugno 2011
Fumetti e dialetto
Intanto non si nota un uso ampio del lessico dialettale, ma spesso la struttura delle frasi, sopratutto quelle dell'anziano Turi, ricalcano la struttura della parlata siciliana (es. postposizione del verbo, modi di dire) e con una forma italianizzata.
Ad esempio a pag. 22 troviamo il padre di Turi che uccide un topo con un colpo di zappa esclamando "... sangue devi buttari"; più avanti a pag. 25 dirà "meglio allevari porci che crescere figli" e "io butto sangue e lui va a buttane"; e di passaggi simili è denso l'intero fumetto; mi rendo conto di non aver avuto molto coraggio o inconscienza, dipende dai punti di vista. L'italianizzazione del dialetto pone molti problemi, però facilita di molto la lettura e la comprensione, per cui non credo serva a molto che io spieghi cosa significhino tutte le espressioni. Quel che vale, secondo me, è quanto l'inserto di moduli dialettali conferisca realismo alle sequenze narrative e ai personaggi. Almeno questo era il mio intento.
Venendo al lessico, qualche esempio, a pag. 27 c'è l'espressione "lapardeo". Significa "scroccone" e deriva dal termine alabardiero, i soldati che campavano sulle spalle dei siciliani occupati durante le varie dominazioni e che mangiavano senza pagare; pag. 29 c'è il termine "cose fituse" riferito ai fascisti dal giovane Turi. Letteralmente "cose sporche", insomma gente con cui preferisce non avere a che fare. Ma la scurrilità è destinata per sua natura ad aumentare: pag. 45 "me la puoi minari" cioè, detto come insulto a Turi da un fascista, che "sei talmente indegno che puoi solo masturbarmi" (per i più curiosi la risposta di Turi è univoca, basterà rileggere il passaggio). Interessante a pag. 49 il termine "arruso", che significa "omosessuale", dall'etimologia incerta.
Per il resto Nessun ricordo procede col procedimento del calco: struttura siciliana+forma italiana. Nel nuovo fumetto ho fatto uso di dialetto puro in molti passaggi... ma avrò modo di parlarne in futuro.
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