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mercoledì 17 ottobre 2012

L'eco della realtà. L'eco.

Continua il giro promozionale di Invito al massacro, il romanzo a fumetti che ho scritto e sceneggiato per i disegni di Davide Garota e edito da Tunué.
La prossima tappa sarà ospitata all'interno della rassegna Punto. E a capo. Narrazioni tra memoria, ironia e passione.  presso la Biblioteca Comunale "Concetto Marchesi"  sita in via Giacomo Matteotti 63 a Misterbianco (CT).
L'appuntamento è fissato per Venerdì 19 Ottobre alle 18:30. L'incontro sarà moderato da Giuseppe Condorelli.
Sarà curioso dare un'occhiata al paesaggio circostante. Non sarà difficile scorgere alcuni dettagli che rimandano agli scenari di Invito al massacro.
Il fumetto appunto si svolge sullo sfondo di una Sicilia surreale e grottesca in cui riechieggia l'eco del territorio reale; dato che durante la lavorazione ho fornito a Garota un congruo apparato iconografico di riferimento nonostante la rielaborazione dei vari passaggi non sarà difficile ritrovarne l'atmosfera.

mercoledì 23 maggio 2012

E la retorica s'impenna!

Il 23 Maggio del 1956 nasceva Andrea Pazienza, forse il più grande talento espresso dal fumetto italiano. Non riesco a immaginare Pazienza cinquantenne. Per una coincidenza del destino oggi 23 Maggio 2012 ricorre anche il ventesimo anniversario dell'uccisione di Giovanni Falcone. E come per ogni cadavere eccellente l'Italia intera si muove alle soglie della commemorazione. Le istituzioni in cima. Magari rappresentate dalle stesse facce che in vita lo ostacolarono.
Per un paese incline ai buoni sentimenti più che ai propri doveri non è una novità. Le apparenze vengono prima di tutto. D'altronde l'esercizio della memoria è sacrosanto, che come sosteneva Primo Levi "chi dimentica il proprio passato sarà condannato a riviverlo". Ma fa specie vedere tanta retorica grondare anche sui media e nei profili dei social network quando allo stesso tempo si è consapevoli dei meccanismi che ancora oggi si consumano sotto gli occhi di tutti ogni santo giorno nell'apparente normalità, all'ombra delle istituzioni; le aderenze, le connivenze che spingono gli interessi e creano di sana pianta carriere eccezionali, fortune colossali a scapito della povera gente. Escludendo gli uni, favorendo gli altri. Generando ingiustizie su ingiustizie.
Io il 23 Maggio del 1992 avevo sedici anni. Un ragazzino. Di quel giorno ricordo la luce del sole particolarmente intensa. Un calore accecante. Sotto il cielo della Sicilia ricordo chilometri di asfalto. Come se quel giorno avessi percorso a piedi tutte le strade del mio paese. E la polvere. La notizia mi colpì senza sorprendermi, perchè la testa mi faceva dire che presto o tardi gliela avrebbero fatta pagare. Qualcosa di ineluttabile. Egli aveva osato infrangere lo status quo. Una legge non scritta che conoscevamo bene per esserci cresciuti attorno, quella della jungla, la legge del più forte, la legge di chi non rispetta la legge. La mafia uccise Falcone, come più tardi Borsellino. Alla parola mafia sul vocabolario si legge "organizzazione criminale". Una definizione fredda, asettica. Avremo imparato a capire presto che la mafia era anche, sopratutto, altro. Che stava nel Palazzo. Il potere senza diritto. Il diritto senza uguaglianza. Una cultura e una prassi, tentacolari, diffuse in tutto il paese fin dentro le istituzioni e che da allora si combattono con il loro opposto, ovvero la legalità, la giustiza. Ma finché per un ragazzo delle periferie degradate non ci saranno alternative alla malavita, finchè l'emarginazione e l'esclusione lo costringeranno a una vita a senso unico, senza opportunità, senza prospettive, senza libertà, finché sarà più conveniente fare un lavoro sporco che buttare il sangue per un lavoro pulito che non c'è, la cosidetta mafia avrà sempre carne giovane a disposizione, humus fertile dove affondare le proprie radici. Non c'è lotta alle mafie senza progresso. Ma bisogna rimboccarsi le maniche. Darsi da fare in concreto oltre le commemorazioni. Intervenire sulle condizioni materiali facendo il proprio dovere come Falcone e Borsellino, ognuno per il ruolo che gli compete. Ma per favore, senza paraocchi e senza retorica. Per il resto state tranquilli, ritornerò a scrivere di stronzate.

lunedì 6 giugno 2011

Fumetti e dialetto

Riprendo la questione fumetto & dialetto aperta qualche tempo fa a proposito dell'uso che faccio del dialetto siciliano nei miei fumetti. A suo tempo avevo trattato le espressioni dialettali presenti in Ti sto cercando, adesso passerò in rassegna invece i testi di Nessun ricordo.
Intanto non si nota un uso ampio del lessico dialettale, ma spesso la struttura delle frasi, sopratutto quelle dell'anziano Turi, ricalcano la struttura della parlata siciliana (es. postposizione del verbo, modi di dire) e con una forma italianizzata.
Ad esempio a pag. 22 troviamo il padre di Turi che uccide un topo con un colpo di zappa esclamando "... sangue devi buttari"; più avanti a pag. 25 dirà "meglio allevari porci che crescere figli" e "io butto sangue e lui va a buttane"; e di passaggi simili è denso l'intero fumetto; mi rendo conto di non aver avuto molto coraggio o inconscienza, dipende dai punti di vista. L'italianizzazione del dialetto pone molti problemi, però facilita di molto la lettura e la comprensione, per cui non credo serva a molto che io spieghi cosa significhino tutte le espressioni. Quel che vale, secondo me, è quanto l'inserto di moduli dialettali conferisca realismo alle sequenze narrative e ai personaggi. Almeno questo era il mio intento.
Venendo al lessico, qualche esempio, a pag. 27 c'è l'espressione "lapardeo". Significa "scroccone" e deriva dal termine alabardiero, i soldati che campavano sulle spalle dei siciliani occupati durante le varie dominazioni e che mangiavano senza pagare; pag. 29 c'è il termine "cose fituse" riferito ai fascisti dal giovane Turi. Letteralmente "cose sporche", insomma gente con cui preferisce non avere a che fare. Ma la scurrilità è destinata per sua natura ad aumentare: pag. 45 "me la puoi minari" cioè, detto come insulto a Turi da un fascista, che "sei talmente indegno che puoi solo masturbarmi" (per i più curiosi la risposta di Turi è univoca, basterà rileggere il passaggio). Interessante a pag. 49 il termine "arruso", che significa "omosessuale", dall'etimologia incerta.
Per il resto Nessun ricordo procede col procedimento del calco: struttura siciliana+forma italiana. Nel nuovo fumetto ho fatto uso di dialetto puro in molti passaggi... ma avrò modo di parlarne in futuro.

venerdì 3 giugno 2011

Tunuè con Messaggerie Libri

Chiacchierando con un'amico che vive a Bologna, ma siciliano e autore di fumetti anche lui - Marco Ficarra, diciamolo - si parlava del capoluogo bolognese (dove, tra una cosa e l'altra ho vissuto un paio d'anni...) e delle cose che mi mancano, come le amicizie, le mostre, gli incontri con gli autori, gli aperitivi da MODO con gli amici fumettisti, insomma il respiro ampio della città di cui a volte avverto la nostalgia da quando sono ritornato nella piccola città di provincia, nella Sicilia Orientale, alle pendici dell'Etna e di fronte il mar Jonio, una dimensione a misura d'uomo dove ho vissuto e dove sono ritornato, continuando a scrivere le mie cose tra un lavoro e l'altro. Ben inteso, la Sicilia offre tantissimo in termini di luce, natura, storia e radici. Non starò qui a spendere parole trite e ritrite sulla bellezza sconfinata dell'isola. Si racconta da sola, a dispetto di tutto.
Poi un pomeriggio di un giorno festivo ti può capitare di respirare un'aria diversa, nè migliore nè peggiore, ma come più ampia visitando una mostra di pittura - che anche qui ne fanno - dedicata al francese Yvan Salomone (autore degli splendidi acquerelli presenti nelle immagini), un artista che non conoscevo e che mi ha catturato immediatamente per la forza delle sua opera, una curiosa via di mezzo tra Edward Hopper e Karel Toole.

p.s. la notizia era nell'aria ma solo in questi giorni è diventata ufficiale: Tunuè, la casa editrice che pubblica i miei principali lavori, da questo mese sarà distribuita in esclusiva da Messaggerie Libri, soggetto leader nel settore. Ne parla Michele Ginevra sul suo blog, tra gli altri. In attesa di annunciarvi il mio prossimo libro, alla Tunuè vanno i miei auguri e un caloroso buon lavoro! Mitici!

lunedì 2 maggio 2011

Scrivere in Sicilia

La testa mi fa dire che è molto più semplice scrivere per un lombardo o per un emiliano. Scrivere per un siciliano comporta delle implicazioni. Da tempo avverto questa che è una sensazione dettata dall'intuito a cui nel tempo ho cercato di dare delle ragioni. Il settentrionale, a sud identificato immediatamente col milanese, scrive perchè lo pagano per farlo, inanzitutto. Vive tra case editrici, redazioni di giornali e agenzie letterarie. La scrittura diventa prestazione professionale con tanto di tariffe e prezziario. Le motivazioni sono limpide. Ma può esserci altro. Prendiamo ad esempio il bolognese, parliamo di un tessuto sociale di cultura diffusa, orizzontale per così dire, fatto di scuole, biblioteche, case del popolo, associazioni culturali, sindacati e partiti, per cui scrivere diventa anche partecipare al contesto della società raccontando delle storie.
In Sicilia non è così.
In Sicilia la scrittura è sempre stata una questione d'elite. Un qualcosa che interessa una ristretta cerchia sociale. In Sicilia con la scrittura non ci si guadagna da vivere. Men che meno ti rendono partecipe del contesto sociale quando quello che scrivi è scomodo e non si deve raccontare in giro. I grandi scrittori siciliani in vita sono stati guardati con sospetto dai propri conterranei - es. Verga, De Roberto, Pirandello, Brancati, Tomasi di Lampedusa, Sciascia... - e beatificati post-mortem. In Sicilia l'incarnazione del detto evangelico NEMO PROPHETA IN PATRIA lo si poteva incontrare sul serio.
E oggi? Credo che sia ancora così, nonostante l'istruzione di massa abbia diffuso la conoscenza della lingua e della scrittura sono convinto che chi scrive onestamente deve misurarsi con una forma mentis radicata e in rapida espansione nella penisola. La scrittura è intesa come lieto intrattenimento, fatuo poetare o consolazione giocosa e solo in tali termini tollerata e accettata. Confezionata. Figuriamoci se scrivi anche fumetti. (nell'immagine in alto: le mummie di Savoca - provincia di Messina).

mercoledì 23 marzo 2011

Fumetto e dialetto

Nei miei fumetti uso spesso il dialetto siciliano. Dato che nessuno fin'ora s'è preso briga di chiedermi come e perchè mi preme colmare questo vuoto critico che ha del clamoroso. In primis, a meno di averne del tutto perso la memoria, non mi pare che nel fumetto italiano si sia fatto granchè uso dei dialetti, ma potrei sbagliarmi dacchè non è che me ne sia curato poi molto, se non quando sceneggiando Ti sto cercando di tanto in tanto mi risultava assai più sincero, immediato e coerente utilizzare espressioni dialettali nei dialoghi, un'operazione di scrittura che ho portato avanti con maggiore sicurezza a dire il vero per la sceneggiatura di Nessun ricordo e oltre.
L'uso del dialetto consente una maggiore concentrazione di significati, una migliore espressività, però pone dei problemi relativi alla sua comprensione da parte dei lettori che non conoscono il dialetto, se non quella forma artificiale che si sente al cinema e nelle fiction televisive o, in alternativa, nella migliore delle ipotesi, nella versione letteraria del Commissario Montalbano di Andrea Camilleri.
In generale poi ero e resto contrario ad un uso assoluto del dialetto data la sua limitata comprensione - per sua natura il dialetto è compreso da una comunità assai ristretta di parlanti, tanto che cambia da una città all'altra per non dire da un quartiere all'altro - tuttavia rimane la forza espressiva del dialetto, la sua capacità di sintetizzare i significati, di conferire sincerità al racconto. C'era poi un altro problema: quale dialetto utilizzare? Siccome sono sempre stato restio a dare una collocazione geografica troppo precisa alle mie storie, nella convinzione che per il lettore sia più facile immergersi in un contesto sfumato, ho cercato di sfumare anche la componente dialettale cercando di alternare la sintassi italiana con quella dialettale, proverbi e modi di dire, espressioni siciliane di aree diverse dell'isola. Sarò riuscito nel mio intento? Datosi che fin'ora nessuno ha avuto di che lamentarsi, anzi, molti lettori si sono divertiti penso ca ma pozzu spacchiari (n.d.t. posso andarne fiero).
Ad ogni modo penso che tornerò su questo argomento, magari proponendo una sorta di glossario.
(nell'immagine in alto lo stemma della Sicilia con al centro la Trinacria, simbolo antichissimo dell'isola).

sabato 2 ottobre 2010

Che tempo che fa


Riprendo il racconto sulla composione di soggetto e sceneggiatura del nuovo fumetto. Assimilati libri, sogni e riflessioni, avevo ormai chiaro che il punto di vista da cui avrei elaborato la narrazione sarebbe stato quello di uno schizoide paranoico che si sarebbe mosso in un contesto di feroce frontiera collocata in una Sicilia prossima ventura, diciamo situata alla distanza di una misera manciata di due-tre anni nel futuro rispetto all'oggi.
James G. Ballard da qualche parte sostenne che l'unica realtà possibile è quella che costruiamo dentro di noi: cercai di mantenermi sulla traccia di questo sentiero.
In una prima fase mi concentrai sulla raccolta di materiale narrativo che si formava spontaneamente dall'osservazione e dalla rielaborazione della realtà, di cose da dire dettate esclusivamente dalla semplice urgenza e dalla loro bruciante attualità.
Le gettai tutte via come in fondo all'acqua: personaggi, concetti, idee, situazioni.
Mi sedetti in riva al fiume e attesi il cadavere del nemico.
In quei momenti aspetti, non devi farea altro. Aspetti, e se non succede niente, aspetti ancora un po'.
Solo ciò che ritornò a galla fu da acchiappare e ritenere utile alla faccenda, alla storia che mi accingevo a raccontare.
Quella del tempo che scorre tra l'ideazione di un racconto, la stesura di una trama, l'elaborazione di un soggetto, la raccolta di una congrua documentazione è a mio modo di vedere la fase più importante e delicata nella scrittura di un fumetto, poichè se essa risultasse inadeguata neanche il migliore disegnatore al mondo riuscirebbe nell'impresa di raddrizzare le sorti di un libro a fumetti nato male.
Questa è la parte più preziosa e contemporaneamente la più sconosciuta nella creazione di un fumetto: il tempo.
Nessuno mai inserirà nei credits di un fumetto il tempo.

(nell'immagine: Edward Hopper, Rooms by the sea, 1951)

martedì 21 settembre 2010

Supervixens


Riprendo il racconto su come è nato il soggetto del nuovo fumetto che Luca Patanè sta illustrando. Come avevo scritto il personaggio nasce con delle caratteristiche particolari, una visione schizofrenica delle cose, manie di grandezza e ossessioni persecutorie. Tutte robe che mi interessava molto raccontare ma che da sole non giustificavano, a mio modo di vedere, un racconto intero.
Così decisi che il personaggio avesse bisogno di un contesto narrativo adeguato alle esigenze espressive. Bisognava contaminare.
Iniziai a leggere un mucchio di romanzi
che pensavo fossero adatti per entrare nello spirito del tempo della storia che mi si formava in mente, delle cose che avevo da raccontare. La letteratura è sempre stato uno dei miei interessi. Avevo bisogno di allargare gli orizzonti, trovare stimoli e spunti per riflettere e elaborare idee, contaminare e giungere ad una visione di realtà sulla base di esperienze personali, seguendo un pò l'istinto, un pò le varie suggestioni che mi venivano suggerite dagli eventi che caratterizzano le cronache di questa, per dirla con Dante Alighieri, " non donna di province ma bordello" che è sempre stata l'Italia.
E però da un punto di vista che ritengo assai privilegiato, quello dell'isola: la Sicilia, un tempo caposaldo della Magna Grecia e ora ridotta a frontiera disastrata.
La questione mi fu chiara solo alla conclusione della stesura della sceneggiatura, allora non avevo ancora idea di che razza di percorso stavo iniziando a compiere. Ma sentivo che andava fatto. Senza compromessi.
Bene, l'immagine che ho scelto per questo post è la locandina di Supervixens, la pellicola di Russ Meyer, che s'intona con lo spirito di questo nuovo fumetto. Bene, il resto alla prossima!