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martedì 20 novembre 2012

Sceneggiatore dell'Incubo




Quando ho iniziato a leggere il Dylan Dog di Tiziano Sclavi internet come lo conosciamo e usiamo oggi non esisteva ancora. Nemmeno i cellulari, per intenderci. L'informazione e l'approfondimento sui fumetti era cartacea. E ad ogni modo il creatore dell'Indagatore dell'incubo era un personaggio avvolto nel mistero. Non si lasciava fotografare. Non si lasciava intervistare. Men che meno si poteva incontrarlo alle fiere di fumetto.
Altri tempi, d'altronde io ho i capelli grigi non per nulla. Ho voluto condividere questa intervista che ho pescato su YouTube in memoria dei bei tempi. Andati. Quando si aspettava con trepidazione il prossimo numero di Dylan Dog sbirciando sulla quarta di copertina dell'albo l'anteprima del numero successivo. Vediamo... ad esempio Il mistero del Tamigi. Una creatura spettrale emerge alle spalle di Dylan Dog dalle acque scure e limacciose del Tamigi... brandendo la punta di un arpione arrugginito. L'Indagatore dell'incubo ha appena scoperto il cadavere insanguinato di una ragazza sulla sponda del fiume... un oscuro battello si scorge in lontananza tra la nebbia che avvolge la scena... Si. Erano proprio altri tempi.

lunedì 4 giugno 2012

Ascendenze

Mentre raccolgo le impressioni dei primi lettori di Invito al massacro di tanto in tanto sento rivolgermi delle domande sui "modelli" a cui mi ispirerei per la scrittura dei fumetti; ci penso e in prima battuta non mi viene nessun nome in particolare. Leggo tanti fumetti. Poi arriva l'illuminazione.
I miei rifermimenti principali nella sceneggiatura probabilmente in questa fase sono Hector G. Oesterheld e Carlos Sampayo. Ma gli interlocutori fanno sempre delle facce strane. Poi parlo dell'Eternauta e di Alack Sinner e magari qualcuno fa "ah, ora ho capito" ( a testimonianza che i personaggi o le opere sono spesso più conosciute degli autori...), "si, ma sono argentini. E tra gli italiani?" E lì non mi viene nessun nome in particolare. Si, certo, Tiziano Sclavi ha rappresentato un modello di scrittura per i fumetti fresco, efficace, universale. Forte. Ma quando scrivi e sceneggi un romanzo a fumetti non puoi tenere come riferimento la sceneggiatura di impianto bonelliano (lì i tempi hanno un andamento particolare, c'è la questione del personaggio fisso, degli episodi precedenti... è tutta un altro linguaggio, insomma) per quanto il creatore di Dylan Dog resterà un modello da tenere bene a mente per la scrittura dei fumetti in generale. Poi c'è Stefano Tamburini: le storie del suo Ranxerox sono un mondo inarrivabile. A quel punto mi viene chiesto: ma tu, allora, dei fumetti che leggi, quali sceneggiatori preferisci? Certo, mi hanno colpito i lavori di Gianfranco Manfredi e Giancarlo Berardi. Carlo Chendi. Carlos Trillo e Antonio Segura. Alejandro Jodorowski e Juan Diaz Canales. Brian Azzarello. Peter Milligan e Alan Moore. Grant Morrison.
E poi, a pensarci bene, le mie ascendenze più sentite e i miei riferimenti più forti probabilmente vanno in direzione della letteratura. Ma di questo scriverò un'altra volta. Forse.

martedì 15 maggio 2012

La testa mi fa dire

La testa mi fa dire che... è un'espressione tipica del dialetto siciliano; a testa mi fa diri ca... è intraducibile alla lettera, il suo significato stringente sarebbe "io penso che...", tuttavia non rende giustizia alla magnifica perifrasi "la testa mi fa dire", si perché quest'ultima lascia intedere che la testa sia qualcosa di autonomo dal resto del corpo e persino dall'anima, quando un siciliano pronuncia "la testa mi fa dire" bisogna fare molta attenzione. La testa mi fa dire sembrerebbe la casamatta della ragione, la fortezza della logica e invece no, "la testa mi fa dire" è il dominio dell'intuito, una sorta di sesto senso.
Una voce profonda che viene da lontano.
Scrivere è affidarsi a questa voce. Per questo uno scrittore (quindi anche uno sceneggiatore) quando lo vedi è come se non esistesse; lo sguardo vuoto, la testa altrove, effettivamente altrove, appresso le vicende dei propri personaggi, sulle tracce della storia che sta scrivendo, che mai l'abbandona un attimo. Quella voce che ti sussurra all'orecchio suggerendoti idee e sviluppi nei momenti e nei luoghi più disparati; e a quel punto sei condannato, obbligato a stare ad ascoltare, cercando di registrare bene il tutto che poi ti toccherà scrivere recluso da qualche parte.
Uno scrittore non conduce una sola vita, ma due, almeno. E uno scrittore insegue il tempo per scrivere dopo il lavoro, le ore che rosicchia agli affetti, alle faccende quotidiane, al sonno e a tutto il resto. Il tutto nella speranza di essere compreso. Almeno compatito.

mercoledì 1 febbraio 2012

Antonio Segura

Mentre mi ritrovavo a rimuginare sul nuovo post da scrivere come un fulmine a ciel sereno mi giunge la notizia della morte dello sceneggiatore spagnolo Antonio Segura.
Antonio Segura è tra i miei sceneggiatori preferiti, tempo fa vi ho scritto di una mia recente rilettura del Kraken che Segura realizzò assieme al disegnatore Jordi Bernet. Le sue sceneggiature mi hanno sempre colpito per la solidità della scrittura e la destrezza nella gestione del racconto.
Gli inizi della carriera di Segura, nato nel 1947 a Valencia, si collocano alla fine degli anni settanta, in concomitanza con la rinascita dell'editoria spagnola seguita alla fine della dittatura franchista, quando per i disegni di Leopoldo Sanchez scrive il fumetto Bogey. Negli anni ottanta inizierà una proficua collaborazione con Jordi Bernet prima, con cui produrrà fumetti di grande seguito di genere fantastico come Sarvan e Kraken, mentre in seguito lavorerà con José Ortiz a serie come Orka, Morgan, Hombre e Burton & Cyb, ma in Italia probabilmente è più noto per le sue collaborazioni con la Sergio Bonelli Editore avendo sceneggiato due albi di Magico Vento - I cancelli dell'inferno e Sangue blu - e diversi maxi speciali di Tex - Il cacciatore di fossili, L'oro del sud, I due volti della vendetta, Il treno blindato, Lungo i sentieri del west e L'ora del massacro. Il 2012 sta confermando lo spirito boia del 2011 - nell'ultimo anno infatti ci hanno lasciato per sempre altri autori di fumetti e letteratura...- insomma, raccontare storie non ci salverà dalla tomba, sappiatelo.

mercoledì 11 gennaio 2012

Linea d'ombra


In Italia dove può arrivare uno sceneggiatore di fumetti? Che influenza potrà avere? Quanto conta quel che scrive? Stando ai fatti, cioè guardando la storia del fumetto in questo paese, gli sceneggiatori hanno avuto come maggiore punto di approdo la titolarità di una serie da edicola, magari premi prestigiosi, la ristampa e la pubblicazione all'estero. Questi traguardi sono accompagnati a volte da un grande successo commerciale in termini di vendite e royalties - fenomeno limitato alle sole produzioni per le edicole, dato che il fumetto in libreria non ha mai fatto grandi numeri. Quindi uno sceneggiatore che scrive per un editore che produce fumetti per le edicole ha come apice la titolarità di una serie di successo commerciale (gli esempi sono tanti) e come minimo la collaborazione fissa per una testata da edicola. Si tratterebbe di una gamma abbastanza ampia di possibilità tuttosommato, se non fosse che gli editori che producono fumetti per le edicole sono in numero assai minore rispetto al passato. Insomma, non è facile inserirsi di certo ed è dura giocare le proprie chances.
E quando invece uno sceneggiatore di fumetti si dedica solo alle produzioni da libreria? Col formato del graphic novel il massimo a cui potrà puntare sarà un riconoscimento critico e l'edizione estera. Magari l'esaurimento della prima tiratura - in genere mai meno di mille copie o più di tremila - e il lancio di una riedizione. Un effimero successo commerciale. Nessuno me ne voglia, ma nel graphic novel non trovo sceneggiatori italiani che abbiano raggiunto o superato questi traguardi tutti assieme e da paragonare a autori-disegnatori di punta come Gipi o Manuele Fior, per esempio. Nel fumetto da libreria e col graphic novel fino a questo momento conta l'autore che disegna, lo sceneggiatore di punta non pare sia emerso, è un uomo nell'ombra.

mercoledì 4 gennaio 2012

Un bravo editor è oro puro

"Un bravo editor è oro puro", così scriveva l'altro ieri Onofrio Catacchio, talentuoso disegnatore di fumetti, commentando il post precedente sulla mia bacheca Facebook.
Ebbene sì, a proposito di narrazione sequenziale, la valutazione andrebbe mirata al complesso di sceneggiatura e illustrazione, testo e interpretazione grafica, ma talvolta le storie a fumetti non girano bene, non reggono, non funzionano. Quando c'è qualcosa che non torna nel fumetto e si avverte uno stridore vuoto il più delle volte è un problema di sceneggiatura o di interpretazione inadeguata del disegnatore. Queste cose può prevenirle un buon editor - o correttore di bozze che dir si voglia - che nello specifico del fumetto dovrebbe avere la capacità di valutare attentamente sia la scrittura che il disegno di un fumetto. Personalmente ho avuto a che fare con diversi editor tra saggistica, fumetto e letteratura. Alcune volte è andata meglio di altre. L'editor deve intuire il talento prima che si manifesti, ma cosa distingue un buon editor? Fermo restando che scrittura e disegno restano prerogativa degli autori, l'editor dovrebbe possedere la capacità di percepire quando una storia non è strutturata al meglio, dovrebbe aiutare gli autori a rimettersi in discussione per far emergere quello che hanno da dire senza sprechi o lungaggini, centrando il focus narrativo. Segnalando i passaggi a vuoto, i trucchi, le insegne luminose, le cose già viste e già dette. L'editor è un buon guardiano. Infine, è necessario che l'autore maturando impari a essere "editor di sé stesso", smetterla di inseguire quel "desiderio informe di partecipare alla festa" per concentrarsi invece sulle cose da dire e sul come dirle. Non omologarsi. Insomma, se un bravo editor è oro puro, un bravo autore è plutonio!

lunedì 26 settembre 2011

Sergio Bonelli

Come un fulmine a ciel sereno giunge adesso la notizia della morte di Sergio Bonelli. Ha scritto e creato personaggi come Zagor e Mister No, sceneggiando anche numerosi Tex (creato dal padre Gianluigi). Ha retto il timone della casa editrice milanese negli ultimi decenni dando modo a personaggi innovativi come Ken Parker e Dylan Dog di raggiungere il grande pubblico.
Non sarò ipocrita da affermare di essere cresciuto come autore coi suoi fumetti, ma di certo ne ho letti davvero parecchi per qualche anno, prima di smettere attirato da scritture e segni più affini alla mia sensibilità, e anche per una questione generazionale i miei riferimenti sono stati altri e diversi. Però non mi lascia indifferente la scomparsa di un personaggio così importante per la storia del fumetto italiano. Uno sceneggiatore assai capace e un editore dal profilo professionale impeccabile. E un vero signore.
Lo conobbi personalmente nel 2008, durante la Mostra Internazionale dei Cartoonist di Rapallo. Precedentemente c'era stato tra di noi un breve scambio epistolare - si, perchè Sergio Bonelli si ostinava, da uomo d'altri tempi, a scrivere lettere di carta anzichè e-mail. Poichè aveva parlato sulla posta di Tex del mio saggio Leggere Hugo Pratt - una lunga amicizia aveva legato infatti il maestro di Malamocco all'editore milanese - gli avevo scritto per ringraziarlo. Sergio Bonelli mi rispose con una lettera breve, ma assai cordiale, allegandomi per altro tre copie del Tex in questione in cui aveva segnalato il mio saggio. Quando perciò lo incontrai a Rapallo - al ristorante U giancu, per la precisione - mi avvicinai vincendo l'imbarazzo che di solito provo ogni volta che incrocio un "grande nome" alle fiere di fumetto - e mi presentai ricordandogli il nostro breve scambio epistolare. Sergio Bonelli mi sorrise stringendomi la mano, da gentiluomo d'altri tempi. Ecco, la sua scomparsa lascerà un vuoto di stile, segnerà un punto di non ritorno. Mi chiedo se qualcosa cambierà nel mondo del fumetto popolare da edicola.

sabato 24 settembre 2011

Carlos Sampayo

Si, al solito, da bambino ho imparato a leggere sui fumetti di Topolino e Paperino, appassionandomi anche alle avventure tragicomiche di quel povero diavolo di Geppo. I supereroi come Spiderman e Batman vennero subito dopo, precedendo personaggi dell'avventura tradizionale come Ken Parker, Mister No e quindi Dylan Dog. Tuttavia il mio primo trip a fumetti, come ho già avuto modo di raccontare, è stato intorno ai quindici anni con Mort Cinder di Oesterheld e Breccia. Vi furono poi altri trip memorabili, la linea Vertigo (con lo Shade di Milligan e Bachalo su tutti) e i fumetti di Hugo Pratt. La scoperta di autori come Pazienza, Giardino, Bacilieri e Gipi. Ma un grandissimo trip è stato leggere Alack Sinner di Carlos Sampayo e José Munoz.
A partire da Oesterheld mi hanno sempre intrigato gli sceneggiatori argentini, penso anche alla magnifica scrittura di Carlos Trillo, per esempio. Hanno una caratteristica che li rende per me interessanti: scrivono storie dove le cose sono come sono e non come dovrebbero essere. Prendiamo Carlos Sampayo per esempio. La sua scrittura ha un'etica e un'estetica assai precise. Un'adesione alla realtà che è raro trovare nei fumetti anche oggigiorno - le prime storie di Alack Sinner sono uscite nella prima metà degli anni settanta. L'estetica dell'adesione al reale si spinge tanto che sembrano scritte senza sceneggiatura, cioè nella vita non c'è sempre una fine, men che meno un lieto fine. Non sono i buoni che vincono sempre contro i cattivi. Non ci sono eroi. Non sempre tutto torna. Non c'è buonismo. Non vige il politicamente corretto.
Ad ogni modo, per chi volesse approfondire la conoscenza di Carlos Sampayo - e della sceneggiatura, della scrittura per il fumetto - qualche annetto fa il benemerito Centro Fumetto Andrea Pazienza di Cremona ha prodotto Frammenti, un libro (la cui copertina è là sopra...) molto interessante, con un'intervista a Carlos Sampayo e un mucchio di tavole con accanto la sceneggiatura. Utile, davvero.

mercoledì 14 settembre 2011

Ranxerox, il coatto

Coatto, come parola del dialetto romanesco, indica un individuo, un giovane in particolare, dai comportamenti considerati sopra le righe, arroganti, non in linea coi dettami del galateo, volgari, e con un abbigliamento stravagante. Il termine non implica per forza una connotazione negativa, anche se la condotta trasgressiva del coatto e il suo stile di vita disinvolto si collocano al limite delle regole.

Coatto è anche un aggettivo della lingua italiana e significa obbligato, imposto con la forza da parte di un'autorità.

In queste ore mi viene da pensare a Ranxerox, il coatto.
Scritto da Stefano Tamburini e illustrato da Tanino Liberatore, due geniali autori del fumetto italiano, Ranxerox apparve sul finire degli anni '70 per diventare nel volgere di pochi anni una vera icona.

Alle sue storie collaborarono anche Andrea Pazienza e Alain Chabat.
Ranxerox è una creatura artificiale, un robot dalle sembianze umane costruito a partire dai pezzi di una fotocopiatrice. Feroce. Violento. Dotato di una forza fisica sovraumana. Un coatto sintetico.
Ranxerox vive a Roma, nel futuro, una città sregolata e canaglia, brulicante di umori e corruzione. Emblematica.
Ranxerox è costretto da un bug dei suoi circuiti elettronici che controllano le emozioni sintetiche ad amare Lubna, una tossica ninfetta, finendo per trovarsi invischiato in vicende turpi e sincopate e dimostrandosi più umano degli umani.
Il personaggio, che negli anni ebbe un successo internazionale di critica e di lettori, tanto da essere tradotto e pubblicato in diverse nazioni estere, all'inizio si chiamava Rank Xerox, come la nota marca di fotocopiatrici, poi la medesima intimò le vie legali poichè non avrebbe voluto associare il proprio nome ad un personaggio «le cui imprese sono un concentrato di violenza, oscenità e turpiloquio». Tamburini modificò leggermente il nome, quanto bastava, ecco, per evitare problemi. Gran bel fumetto, lettura imprescindibile per ogni appassionato che si rispetti.


lunedì 12 settembre 2011

Manly Wade Wellman

ll cervello è un organo misterioso. Poco tempo fa ho letto l'ultimo volume di Hellboy, L'uomo deforme e altre storie, di cui ho anche scritto qui la settimana passata. Il racconto principale, L'uomo deforme, illustrato dal maestro Richard Corben, è un fumetto davvero gagliardo sceneggiato da Mike Mignola, creatore di Hellboy.
Nella post-fazione al volume compare un saggio breve dedicato a Manly Wade Wellman, uno scrittore di cui non ho mai sentito parlare e alla cui opera Mignola si è ispirato per la stesura del soggetto de L'uomo deforme (per la cronaca: il diavolo in persona).
Wellman è un autentico autore di culto della narrativa americana, invece in Italia non è famoso, non quanto H.P Lovecraft, per esempio. Nato nel 1903 e scomparso nel 1986, Wellman è stato uno scrittore assai prolifico durante la mitica stagione delle pulp magazines, ma anche oltre, e con una cospicua produzione narrativa di pregio che spazia dal fantastico all'orrore, dal fantasy al poliziesco e ad altri generi. Memorabili sopratutto le opere abientate nella regione dei monti Appalachi in cui l'autore dona risalto alle leggende e al folklore locali componendo racconti del brivido particolarmente efficaci. Diciamo che a differenza di Lovecraft, che crea una mitologia tutta sua, Wellman attinge invece ad una tradizione esistente. All'attivo di Wellman anche diverse collaborazioni nel mondo del fumetto come sceneggiatore, tra cui al The Spirit di Will Eisner. Insomma, ai miei occhi aveva tutte le carte in regola per incuriosirmi, peccato non avere nulla sottomano da leggere.
Passano alcuni giorni, poi qualche sera fa, mentre cerco qualcosa da leggere prima di andare a dormire, magari un racconto, mi viene in mente Orrori e incubi, una vecchia antologia regalatami nel 1998 in occasione di un compleanno e mai più toccata da allora, dove c'è un racconto di Stephen King - La notte della tigre . Ottima occasione per rileggerlo, penso. Sfilo il volume da sotto una pila di libri e sfogliando l'indice scopro che contiene un racconto di Manly Wade Wellman! Clamoroso. Non serbavo alcuna nozione di ciò. Non ricordo proprio nulla. Eppure pochi giorni dopo aver letto il fumetto di Hellboy, inconsciamente mi ritrovo tra le mani il libro col racconto di Wellman senza che ne sapessi nulla. Si intitola Chastel, l'ho letto, ed è una gustosa storia di vampiri che si collega al folklore degli Appalachi. Il cervello lavora senza che ne abbiamo coscienza. Stabilisce collegamenti inconsci. Una macchina misteriosa, davvero...

martedì 10 maggio 2011

Carlos Trillo, sceneggiatore

L'ultima notizia dal fumetto mondo è, ahimè, funesta: Carlos Trillo è morto.
Grande sceneggiatore di fumetti, e davvero l'aggettivo grande è insufficiente a descrivere l'importanza dell'opera di Trillo.
Nato a Buenos Aires nel '43, è attivo nell'ambito del fumetto dalla seconda metà degli anni '70 e ha collaborato con i maggiori illustratori di fumetto argentini (e anche no): Alberto Breccia, Horacio Altuna, Domingo R. Mandrafina, Jordi Bernet, Enrique Breccia, Carlos Meglia, Ernesto Garcia Seijas, Eduardo Risso... tra i tanti.
La sua è una scrittura dinamica, tesa, intelligente e ricca di pathos e ironia. I suoi personaggi godono una caratterizzazione molto efficace e umana. Le sue storie fanno ridere e fanno pensare.
Negli anni ha sceneggiato fumetti che hanno fatto storia, tra cui ricordiamo El Loco Chavez, Un tal Daneri, El Negro Blanco, Alvar Major, Clara de noche e Cybersix... solo per citare i più famosi. Sopratutto per chi i fumetti li scrive, leggere Trillo è fondamentale.


Tra i suoi fumetti quel che più mi è rimasto impresso è stato senza dubbio Cybersix, la fantastica creatura della notte illustrata da Carlos Meglia, in cui a mio parere si condensano le caratteristiche fondamentali della scrittura di Trillo. Cybersix, nata dagli esperimenti genetici del malvagio dr. Von Reichter, è l'unica superstite di cinquemila bambini artificiali della serie cyber, distrutti dal suo creatore perché dotati di libero arbitrio, capaci cioè di un pensiero autonomo e di disobbedire. Rifugiatasi a Meridiana sotto la falsa identità del professore Adrian Seidelman, per sopravvivere è costretta di tanto in tanto a nutrirsi di "sostanza", il sangue artificiale che scorre nelle vene e alimenta tutte le creature di Von Reichter. Cybersix ha pure avuto un figlio dal suo compagno, Lucas Amato, che però le è stato subito rapito da Von Reichter.
Insomma, se ne è andato un grande sceneggiatore. Davvero.

mercoledì 4 maggio 2011

Dialetto e fumetto

Come detto ritorno sulla questione fumetto & dialetto proponendo una sorta di glossario delle espressioni siciliane che ho utilizzato per infondere realismo in alcune scene presenti nei miei fumetti. Comincerò con Ti sto cercando.
A pag. 24 durante un maldestro tentativo di molestia sessuale di un debosciato nei confronti del protagonista compaiono delle espressioni scurrili di matrice dialettale "Suca" e "Unni vai? Fermo ca ta n'culu" che probabilmente non hanno bisogno di spiegazioni... e per cui soprassiederemo. Per la serie: si comincia bene... Ben inteso, sfido chiunque a rintracciare nelle mie storie una sola parola che spinga a o giustifichi qualsiasi forma di violenza. Anzi, Alì avvertendo il pericolo fuggirà via da una finestra.
Passiamo avanti, a pag. 28 appare un autista con indosso una maglietta che reca la scritta "Vacci liscio" sotto l'effigie di un enorme asso di bastoni. Nel gioco della briscola dalle mie parti infatti si distingue tra carte punti (donna, cavallo e re) e carichi (assi e tre). Liscio sono tutte le carte senza punti (escluse le briscole quindi). L'espressione può essere intesa in vari modi in effetti... qua significa: abbassa la cresta, stai calmo, fatti gli affari tuoi.
A pag. 47 un comprimario enuncia un proverbio che recita così "Fimmina cucinera, pigghiala per mogliera. Fimmina piccanti pigghiala per amanti" che vale a dire che le donne che sanno cucinare sono da sposare, mentre quelle sensuali saranno da tenere come amanti. A pag. 54 e 55 e oltre compare l'espressione "Mao mao" per indicare il protagonista, dalle mie parti spesso gli africani vengono chiamati così da alcune tipologie di persone (e per estensione anche i punkabbestia, i freakkettoni e i comunisti). Bene, fine delle spiegazioni.
Ti sto cercando non ha molte espressioni dialettali, d'altronde si svolge in Sicilia solo in minima parte, ma usarle è servito lo stesso a caratterizzare i personaggi e il contesto.

lunedì 2 maggio 2011

Scrivere in Sicilia

La testa mi fa dire che è molto più semplice scrivere per un lombardo o per un emiliano. Scrivere per un siciliano comporta delle implicazioni. Da tempo avverto questa che è una sensazione dettata dall'intuito a cui nel tempo ho cercato di dare delle ragioni. Il settentrionale, a sud identificato immediatamente col milanese, scrive perchè lo pagano per farlo, inanzitutto. Vive tra case editrici, redazioni di giornali e agenzie letterarie. La scrittura diventa prestazione professionale con tanto di tariffe e prezziario. Le motivazioni sono limpide. Ma può esserci altro. Prendiamo ad esempio il bolognese, parliamo di un tessuto sociale di cultura diffusa, orizzontale per così dire, fatto di scuole, biblioteche, case del popolo, associazioni culturali, sindacati e partiti, per cui scrivere diventa anche partecipare al contesto della società raccontando delle storie.
In Sicilia non è così.
In Sicilia la scrittura è sempre stata una questione d'elite. Un qualcosa che interessa una ristretta cerchia sociale. In Sicilia con la scrittura non ci si guadagna da vivere. Men che meno ti rendono partecipe del contesto sociale quando quello che scrivi è scomodo e non si deve raccontare in giro. I grandi scrittori siciliani in vita sono stati guardati con sospetto dai propri conterranei - es. Verga, De Roberto, Pirandello, Brancati, Tomasi di Lampedusa, Sciascia... - e beatificati post-mortem. In Sicilia l'incarnazione del detto evangelico NEMO PROPHETA IN PATRIA lo si poteva incontrare sul serio.
E oggi? Credo che sia ancora così, nonostante l'istruzione di massa abbia diffuso la conoscenza della lingua e della scrittura sono convinto che chi scrive onestamente deve misurarsi con una forma mentis radicata e in rapida espansione nella penisola. La scrittura è intesa come lieto intrattenimento, fatuo poetare o consolazione giocosa e solo in tali termini tollerata e accettata. Confezionata. Figuriamoci se scrivi anche fumetti. (nell'immagine in alto: le mummie di Savoca - provincia di Messina).

venerdì 22 ottobre 2010

Tiziano Sclavi

Negli ultimi giorni senza alcun motivo preciso mi è capitato di ripensare a Tiziano Sclavi che, a mio parere, dovrebbe essere un punto di riferimento irrinunciabile per chi scrive fumetti.
Come molti della mia generazione mi sono avvicinato alla scrittura di Sclavi tramite Dylan Dog, la sua creazione più famosa e popolare. L'ho letto sin dal primo numero e attraverso i vari speciali e gli almanacchi l'ho seguito durante la mia adolescenza fino alla prima giovinezza quando, in seguito al suo abbandono di fatto della serie, non ho più trovato interesse per quei fumetti. Perchè a me piaceva Sclavi, non tanto Dylan Dog in sè per sè, che, a mio parere, senza la scrittura di Sclavi si riduce a ben poca cosa.
Un buon narratore deve portare notizie da un mondo all'altro, trasformare la nostra percezione della realtà: Sclavi ci riusciva con una freschezza ed una immediatezza formidabili.
Lasciava la sua inconfondibile impronta su quel che scriveva, facendone il suo mondo e al tempo stesso comunicando con un numero di lettori da far paura. Aveva un suo modo di guardare il mondo che riusciva a trasformare in una visione espressiva attraverso la scrittura per i fumetti e mantenendo una profonda corrispondenza tra etica e estetica in una scrittura in cui traspariva la sua passione. Faceva del suo meglio quando scriveva e si sentiva.
Dylan Dog divenne per caso e da un giorno all'altro un fenomeno di costume e una moda. In tal senso Sclavi ha indubbiamente avuto una dose di fortuna senza la quale i suoi lavori non avrebbero conosciuto una diffusione ed un apprezzamento così ampi e unanimi, ma senza il suo talento non avrebbe lasciato un segno così indelebile.
Mi rendo conto che ne parlo al passato, probabilmente perchè oramai è inattivo in pratica. Sulle cause di questa condizione non voglio entrare. Non ne so abbastanza, oltretutto so per esperienza personale quanti e quali fattori possano entrare in gioco nella scrittura quando essa rappresenta quel che sei. Rispetto, pudore e discrezione mi impediscono di andare oltre, anche se mi dispiace molto non averlo conosciuto di persona. Qua voglio dire qualcos'altro anche, a mio parere la sua produzione letteraria andrebbe rivalutata, riletta e considerata forse con un'attenzione diversa, penso a romanzi come DellaMorte dellaMore, Nero e La circolazione del sangue.
Imitarlo non serve, la vera sperimentazione deve essere originale, ma nel mio piccolo tengo presente la sua lezione. Oggi nel fumetto italiano manca però una scrittura come la sua, che sia speciale e che sappia parlare allo stesso tempo ad un pubblico molto ampio. Diversamente oggi i narratori a fumetti più originali e significativi restano quasi sempre ristretti, fatta qualche rara eccezione, all'interno di una riserva indiana. Non riusciamo più ad essere originali e popolari?

sabato 2 ottobre 2010

Che tempo che fa


Riprendo il racconto sulla composione di soggetto e sceneggiatura del nuovo fumetto. Assimilati libri, sogni e riflessioni, avevo ormai chiaro che il punto di vista da cui avrei elaborato la narrazione sarebbe stato quello di uno schizoide paranoico che si sarebbe mosso in un contesto di feroce frontiera collocata in una Sicilia prossima ventura, diciamo situata alla distanza di una misera manciata di due-tre anni nel futuro rispetto all'oggi.
James G. Ballard da qualche parte sostenne che l'unica realtà possibile è quella che costruiamo dentro di noi: cercai di mantenermi sulla traccia di questo sentiero.
In una prima fase mi concentrai sulla raccolta di materiale narrativo che si formava spontaneamente dall'osservazione e dalla rielaborazione della realtà, di cose da dire dettate esclusivamente dalla semplice urgenza e dalla loro bruciante attualità.
Le gettai tutte via come in fondo all'acqua: personaggi, concetti, idee, situazioni.
Mi sedetti in riva al fiume e attesi il cadavere del nemico.
In quei momenti aspetti, non devi farea altro. Aspetti, e se non succede niente, aspetti ancora un po'.
Solo ciò che ritornò a galla fu da acchiappare e ritenere utile alla faccenda, alla storia che mi accingevo a raccontare.
Quella del tempo che scorre tra l'ideazione di un racconto, la stesura di una trama, l'elaborazione di un soggetto, la raccolta di una congrua documentazione è a mio modo di vedere la fase più importante e delicata nella scrittura di un fumetto, poichè se essa risultasse inadeguata neanche il migliore disegnatore al mondo riuscirebbe nell'impresa di raddrizzare le sorti di un libro a fumetti nato male.
Questa è la parte più preziosa e contemporaneamente la più sconosciuta nella creazione di un fumetto: il tempo.
Nessuno mai inserirà nei credits di un fumetto il tempo.

(nell'immagine: Edward Hopper, Rooms by the sea, 1951)

mercoledì 24 febbraio 2010

Realtà e Finzioni

Nell'ultimo anno, più o meno dall'uscita di Nessun ricordo, sono al lavoro su un paio di fumetti in particolare, e in verità avrei anche buttato giù parecchie altre idee che probabilmente, qualora si presentasse l'opportunità, diventeranno dei fumetti o altro oppure resteranno nel cassetto in attesa di chissà che. Ma una delle cose che mi assilla come autore è l'approccio con la realtà, dico assilla anche se mi sembra esagerato, ma è così poiché la mia scrittura si fa trascinare anche dalla fantasia e dall'invenzione a ruota libera. Immaginare, seguire quel che la fantasia mi suggerisce è qualcosa di cui non riesco e non voglio fare a meno nella scrittura. Attivare il mio punto di vista sulle cose. Mescolare realtà e finzione alla maniera di Jorge L. Borges è quello che più mi affascina e che mi piace maggiormente nello scrivere, suscita curiosità e domande, ti costringe a studiare, fa pensare e del resto mi diverte molto. Negli ultimi tempi, a proposito di etichette, si fa un gran parlare del fumetto di realtà, ma non solo, anche di letteratura di realtà, di cinema di realtà e via discorrendo. Questo è un pezzo di realtà che altrimenti resterebbe nascosta, dicono. E' un atteggiamento presuntuoso, secondo me, poiché tende a svalutare come finto tutto il resto. Premesso che a mio parere non si possa eludere la realtà che ci circonda come autori, d'altro canto non si può nemmeno ritenerla affidabile come etichetta, nell'era della comunicazione tutto tende alla finzione, come sosteneva James G. Ballard l'unica realtà possibile è quella che costruiamo dentro di noi, attraverso noi, e allora mi pare azzardato parlare di realtà in senso assoluto, poiché se il racconto coincide col documento la narrazione non esiste. Non esistono racconti di realtà, poiché di racconti si tratta l'autore sarà sempre e comunque presente, a mediare, a decidere cosa come e quando. L'obiettività nel racconto esiste solo rispetto all'autore, alle sue intenzioni, alle sue urgenze narrative, non alla realtà di partenza.

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Faccio qualche esempio. L'eternauta di Oesterheld è realistico? Non in senso stretto, poiché l'invasione aliena non è mai accaduta in concreto, eppure non conosco nulla di più vero delle cose narrate in quell'opera. Se ci spostiamo ai giorni nostri, consideriamo i fumetti di Andrea Bruno: sono realisti? Non credo esista nulla di più visionario nel fumetto contemporaneo. Eppure le sensazioni che ci trasmette sono dannatamente collegate alla realtà che ci circonda. In conclusione, prima di parlare di fumetto di realtà, romanzo di realtà cercate di non fermarvi alla superficie, ma andiamo più a fondo a scoprire come stanno le cose, oltre l'insipido resoconto autobiografico (che per altro trovo sempre molto noioso). Buone letture, GM