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giovedì 4 aprile 2024

La condizione di uno scrittore

René Magritte, La condizione umana (1933)


La domanda è: come si svolgerebbe l'esistenza di uno scrittore tra la pubblicazione di un'opera e l'altra? Scrivendo. Proponendo. E osservando il paesaggio dalla finestra.

La condizione esistenziale di uno scrittore può essere rilevata da almeno due punti di vista. Quello dello scrittore stesso e quello dei lettori. Quando i due punti di vista si sovrappongono viene a crearsi un un varco attraverso una dimensione altra e sottile, un limite indefinito tra ciò che è reale e ciò che ne è la sua percezione.

C'è chi si mette in vetrina, in mostra, come le merci. Presi da un desiderio informe di partecipare alla festa.

Io, nel frattempo, osservo il paesaggio dalla finestra.

 

lunedì 8 luglio 2013

Libri a 99 centesimi

Lanciata già da qualche tempo, la collana LIVE della Newton Compton Editori con le uscite a 99 centesimi ha animato un vivace dibattito, vedete per esempio il pezzo di Luigi Bicco. Come avvenne per l'iniziativa legata alla narrativa in economica prezzata a 9,90 €, su cui segnalo il contributo di Giampaolo Simi.
Ben vengano iniziative del genere.
Nei '90 oltre che giovincello e squattrinato fui un fervente sostenitore dei 100 pagine mille lire grazie alle quali potei conoscere e leggere decine di capolavori della letteratura di ogni genere. Quella collana fu una "nave scuola" per molti aspiranti lettori forti.
Perché una persona dovrebbe rinunciare al piacere della lettura per una questione di soldi?
In questi tempi di crisi il prezzo può scoraggiare l'acquisto: chi ha detto che i libri devono essere un bene di lusso? Il costo non deve mai diventare un ostacolo alla lettura. Queste sono edizioni economiche, certo, ma confezionate in maniera più che dignitosa. Naturalmente, chi volesse acquistare edizioni più durevoli e preziose potrà sempre farlo, trattandosi in larga misura di classici e best seller ovvero titoli di facile reperibilità. 
Le edizioni economiche possono invogliare alla lettura chiunque. La lettura deve valere più del libro inteso come oggetto, secondo me. Qualcuno dovrebbe ricordare l'importanza per la letteratura della stagione delle Pulp Magazines durante la Grande Depressione. I libri non sono merce qualsiasi, non sono pezzi da piazzare sul mercato, ma qualcosa di valore diverso.
Se sono rose, fioriranno. Pensate che bello però se in questa collana riproponessero materiali salgariani! Già la scuola fa i suoi danni con un imprinting negativo rispetto alla lettura propinando ai ragazzini mattoni indigesti come I promessi sposi, la Divina Commedia o qualche altro tomo sacro agli altari delle patrie lettere! Opere dal linguaggio ostico per chi inizia a scoprire la lettura e sopratutto caricate del gravame dell'obbligatorietà. Non sto dicendo che non si debbano studiare e conoscere i classici, attenzione, ma che per promuovere la lettura bisogna proporre testi accessibili e adeguati. E poi certo, non si può imporre niente a nessuno contro voglia. Il discorso si fa complicato, e per ora mi fermo qui congedandomi con un Elzeviro del grande Ennio Flaiano dedicato alla lettura dei libri.

venerdì 21 giugno 2013

Letti di notte 2013

Oggi 21 Giugno si svolgerà la seconda edizione di Letti di notte, quella che può essere considerata a tutti gli effetti una sorta di notte bianca del libro.
Letture, mostre, laboratori... questo 21 giugno perciò segnerà il Solstizio dei libri!
La più grande condivisione di lettori mai realizzata tra librerie indipendenti e biblioteche d'Italia.
Nello stesso momento infatti si potrà essere presenti in una qualsiasi delle librerie e biblioteche che parteciperanno grazie al collegamento skype. Si collegheranno inoltre alcuni editori che presenteranno le novità direttamente ai lettori.
Protagonisti assoluti di Letti di notte saranno i libri e le “voci”: scrittori, attori, poeti, traduttori e autori che leggono, interpretano, cantano. Anche in formato “corale”.
Ad ogni modo è possibile consultare il programma con le varie sedi coinvolte per trovare e scegliere quella più vicina o che maggiormente interessa dove partecipare. Non costa  nulla!
Per quanto mi riguarda sono stato invitato dalla Libreria Punto & Virgola di Acireale (CT). Leggerò un breve intervento narrativo su fumetti e letteratura, ovvero il mio racconto Fratelli per la pelle pubblicato sul numero 60/61 della rivista Nuova Prosa. 

venerdì 11 gennaio 2013

Lezioni americane

No, non starò qui a scrivervi dei saggi di Italo Calvino, su cui potrete documentarvi facilmente da soli. Niente di tutto ciò o quasi, solo che questo pomeriggio ho sentito dire una stupidaggine colossale: "... in fondo negli Stati Uniti non hanno avuto grandi scrittori in pratica, a parte Ernest Hemingway, Edgar Allan Poe, Edgar Lee Masters e H.P. Lovecraft. E basta, nessun altro".
Adesso, non ricordo esattamente il contesto, dato che si tratta di una discussione che non mi vedeva coinvolto in prima persona - stavo semplicemente sfogliando dei volumi in un negozio - bensì altri avventori (insegnanti di lettere, per la precisione), ma ho dovuto contare fino a dieci e obbligarmi a girare i tacchi perché davvero non avevo voglia di discutere. Però me ne sono pentito e tornando a casa pensavo a quello che avrei potuto dire. Per esempio che avrei dovuto intromettermi, ribattere e menzionare tra gli altri almeno Philip K. Dick, Dashiell Hammett, Kurt Vonnegut, John Fante, Charles Bukowski, Raymond Carver, Stephen King, Paul Auster, Raymond Chandler, Patricia Highsmith, Cormac McCarthy... 
Il problema è che i discorsi appropriati sono più lenti delle scempiaggini e arrivano in ritardo. Ma forse avrei dovuto zittirli. Come dice il proverbio siciliano: "testa ca non parra cucuzza è" (chi se ne sta zitto insomma passa per essere una zucca vuota).

martedì 12 giugno 2012

Salto d'ottava

Da diverso tempo cerco di orientare le mie letture verso opere di scrittori vicini alla mia generazione. Sono esponente di quella categoria che le statistiche chiamano "lettore forte" e negli anni ho affrontato letture molto diverse, dai classici tradizionali ai cosidetti classici contemporanei italiani e stranieri, tuttavia negli ultimi anni ho cercato di leggere romanzi di autori italiani affini non solo ai miei gusti estetici ma anche vicini più o meno alla mia carta d'identità. Trovando spesso in loro qualcosa in più e meglio rispetto agli altri: un elemento che potrei definire come "risonanza".
L'ultimo in ordine di tempo che ho incontrato è stato Antonio Paolacci. Avevo preso il suo Salto d'ottava (Perdisa Editore, 2010), sarò sincero, attirato dalla gagliarda copertina di Onofrio Catacchio, dalla trama. E dall'incipit. Inevitabilmente, ogni libro che prendo finisce nella pila delle letture, ovvero il dominio del caso e dove lo status quo è infranto in ogni momento e in ogni dove. In pratica le letture non rispondono ad alcun criterio cronologico ma bensì a qualcosa di irrazionale.  
Salto d'ottava l'ho letto tutto d'un fiato, roba assai rara. Mi ha colpito la qualità della scrittura di Antonio Paolacci; precisa, misurata, asciutta senza essere arida, carica di pathos, perciò molto tesa, concentrata, senza scadere nel patetico. Esatta nel rendere una storia intensa e che si regge su equilibri assai esili, in fondo. Gran bel romanzo. Pregevole anche la cura con cui è realizzato l'oggetto-libro. Insomma, la piccola editoria indipendente si rivela vincente e per questo merita senz'altro la nostra attenzione dato che spesso gli autori emergenti hanno scarsa considerazione poichè si tende a ritenere che solo i grandi marchi producano buoni libri e autori di pregio.

martedì 28 febbraio 2012

On Air su Radio Meridiano 12

Ieri sono stato contattato da Riccardo Di Vanna di Radio Meridiano 12, un'emittente radiofonica romana. Mi ha invitato a partecipare per oggi pomeriggio 28 Febbraio al programma che conduce: Aleph...come fu che il cagnolino rise.
Il programma è dedicato ai libri, alla letteratura e alla scrittura e va in onda ogni Martedì alle 18.15.
Quanti vorranno potranno ascoltarci questo pomeriggio in FM sui 97.500 di RadioMeridiano12 e in alternativa in streaming dal web site sempre dalle 18:15.
Il sottoscritto interverrà come autore di Leggere Hugo Pratt (Tunué, 2006) per parlare dell'autore di Corto Maltese, ma ci sarà spazio anche per i rapporti tra fumetto e letteratura e il graphic novel.
Dopo la segnalazione del mio racconto per Doppiozero tra Pagina 3, Primo Movimento e Tutta la città ne parla a Radio Tre Rai, sono molto contento di quest'altra cosa, dovete sapere infatti che qualche annetto fa ho collaborato in veste di speaker con un paio di emittenti radiofoniche e mi piaceva molto, peccato poi non aver potuto continuare quell'esperienza. Va bene, se vi va allora ascoltatemi questo pomeriggio.

venerdì 13 gennaio 2012

Tavola rotonda sul fumetto


Il Comune di Siracusa, Verba Volant Edizioni e Biblios Café hanno organizzato nel capoluogo aretuseo la Settimana del Libro, che si concluderà giorno 15 Gennaio.
La manifestazione vede incontri tematici e dibattiti con editori tradizionali e digitali articolati in vari momenti e la presenza di alcuni autori siciliani.
Gli editori presenti sono: VerbaVolant, Ottavio Navarra Editore, Morrone Editore, Emanuele Romeo Editore, Discovery Edition, Lettera Ventidue.
Inoltre parteciperanno le riviste OH Magazine e Tribeart.
Il calendario degli incontri, disponibile qui, prevede per giorno 14 alle 18.30 presso L'Antico Mercato di Ortigia una tavola rotonda sul fumetto, a cui il sottoscritto è stato invitato a intervenire con Angelo Orlando Meloni, Seby Spicuglia e gli autori di Psicometrica Simone Brusca e Giacomo Pilato.
Insomma, l'occasione per una passeggiata a Ortigia, il suggestivo centro storico di Siracusa, l'antica capitale della Magna Grecia, lasciandosi trasportare da nerd-deliri... Obladìobladà!

giovedì 10 febbraio 2011

Minus dixi quam voluit

Rompo il silenzio. Questo è a tutti gli effetti il primo post del 2011. Ci sarebbero tante cose da dire sull'ultimo mese appena trascorso, che poi sarebbe il primo (dell'anno) e non l'ultimo, ma le cose come le parole spesso valgono per il loro contrario. Troppe. Talmente troppe da non essere abbastanza. E non è questo il momento di rompere gli argini del fiume di parole in piena che circola nella mia testa, rischierei di travolgere qualche innocente e trascinarlo giù nel gorgo. Ma verrà il tempo. Con la scrittura è così. Bisogna decantare. Ci vuole tempo. Accumulare idee. Sensazioni. Documenti. Stendere frasi su frasi. Periodi. Cartelle. File. E infine aspettare. Decantare. L'anno scorso non ho fatto quasi altro. Il rischio è di accumulare troppe cose. Ma è un rischio che bisogna correre. Con la scrittura è così.

Passando ad altro, anzi, tornando ad altro, mi preme raccomandare una segnalazione (l'ennesima, ho perso il conto ormai) per Leggere Hugo Pratt apparsa stavolta a pag. 67 del settimanale Il Mondo (RCS), in questi giorni nelle edicole, all'interno della rubrica LIBRI curata da Antonio Calabrò (che ringrazio).Vale il motto dell'organizzazione Hydra del Marvel Comics Universe: "taglia un braccio e ne spunteranno altri due al suo posto". Il lavoro paga. La qualità paga. Sempre. Alla lunga le soddisfazioni meritate arrivano. Ad maiora.

venerdì 10 settembre 2010

Mercanti

Rimando la continuazione del racconto su come è nato il soggetto del nuovo fumetto per alcune riflessioni sulla cosidetta "crisi del fumetto". Leggendo un pò il dibattito tra i vari blog mi è venuto da pensare una cosa, sopratutto in riferimento alle vendite. Grossomodo esistono tre scuole di pensiero:
1) le vendite vanno bene
2) le vendite potrebbero andar meglio
3) il problema non esiste

Io penso che quando qualcuno nega un problema evidente a tutti è la prova definitiva che quel problema esiste.
Al tempo stesso sono convinto che ci sarà sempre qualcuno a cui conviene che le cose rimangano così come stanno, poichè avrà garantiti i suoi vantaggi, "piccoli, ma sempre vantaggi" per dirla con Michele Ginevra.
Allo stesso modo penso però che bisognerebbe spostare il problema a monte e chiedersi non quanto vendi ma: cosa vendi?
Poichè un conto è vendere un personaggio consolidato nell'immaginario collettivo (es. Tex, Diabolik o Topolino) un altro è vendere un "autore" con nome e cognome, che sopratutto agli inizi è pure uno sconosciuto.
Inoltre, un conto è vendere un pocket o un bonelloide nelle edicole (onnipresenti sul territorio) dove questi tipi di fumetti incontrano i loro lettori ideali (collezionisti appassionati e lettori occasionali in cerca di una lettura passatempo) in un contesto in cui sono radicati da decenni, un altro è vendere un libro a fumetti in una libreria dove secondo la mia esperienza il fumetto non è ancora pienamente radicato e valorizzato, sopratutto non è proposto nella maniera adeguata ai potenziali lettori che potrebbero avvicinarsi per le tematiche trattate (di cosa parla il libro?) o per una bella copertina. Certo, va curata anche la cultura e la conoscenza dell'autore (il più delle volte uno sconosciuto) e del fumetto come linguaggio.
Allora, in conclusione se in Italia il mercato è quello che è bisogna anche aggiungere che potrebbe anche essere diverso, volendo.
Se i libri a fumetti non vendono abbastanza da garantire investimenti e compensi più consistenti sarà forse perchè non sono proposti in maniera efficace?

Bisogna sapere vendere, poichè per tutto c'è un mercato. Basta saperci fare e proporsi adeguatamente. Ma io sono solo uno sceneggiatore, il mio compito è quello di scrivere buoni fumetti... Mercanti, non fate orecchie da mercante, capito?
(nell'immagine: un bel dipinto di scuola fiamminga ritraente una coppia di cambiavalute, se non erro di Quentin Massys, 1514).

venerdì 3 settembre 2010

Riserve indiane


Ritorno sull'argomento della cosidetta crisi del fumetto per alcuni chiarimenti e altri pensieri, sollecitato da alcuni amici che non capivano bene a cosa mi riferissi. Cercherò di essere chiaro e sintetico quanto possibile.
Leggo fumetti dall'età di cinque anni e grossomodo la cantilena è sempre stata la medesima. Tuttavia da quando opero professionalmente nel settore (quattro anni) nelle vesti di saggista e soggettista & sceneggiatore, ho avuto modo di vedere la questione dal di dentro. Come dicevo l'altro ieri il mio è un punto di vista particolare sulla questione, poichè vivere esclusivamente di fumetto non è mai stato un mio obiettivo. Ho sempre saputo che in Italia il mercato non consente di queste fantasticherie. Ma ho una laurea e pure un master. Per vivere faccio altri lavori, non è un problema. Scrivo solo nella misura in cui ho qualcosa da dire e una storia da raccontare.
Ma veniamo alla questione.
Il problema delle basse royalties: per chi non lo sapesse le royalties sono le percentuali sul prezzo di copertina che gli editori riconoscono come da regolare contratto agli autori. Ebbene, per chi come me è autore di libri diretti al mercato delle librerie specializzate (le cosidette fumetterie) e di varia (le librerie "tradizionali") si tratta di percentuali basse (sopratutto se rapportate ai tempi di lavorazione di un libro e alle risorse intellettuali necessarie e a tutto il resto). Gli editori dal canto loro non hanno tutti i torti, tra spese di impaginazione, stampa e distribuzione a fronte di un numero di copie vendute che mediamente si attesta tra le 500 e le 1000 copie su 15oo di tiratura in genere e ovvio che non possono darti molto di più. In sintesi guadagni in proporzione a quante copie vendi.
Di conseguenza per avere royalties maggiori bisogna fare in modo che i fumetti in libreria siano più competitivi. A mio modo di vedere si potrebbe intanto cercare di migliorare la distribuzione e la promozione dei libri a fumetti. Migliorare sulla commercializzazione dei diritti (penso ad esempio al cinema e alla televisione: è mai possibile che mentre decine di romanzi italiani finiscono al cinema tanti fumetti che pur meriterebbero di passare sul grande schermo vengono ignorati da registi e produttori?).
Certo, anche noi autori dovremo fare la nostra parte cercando di migliorare il nostro lavoro, renderlo più interessante, osare nei linguaggi e nei contenuti, nel racconto della realtà affinché il fumetto possa interessare più lettori di quelli che abitualmente leggono fumetti: uscire dalla riserva indiana, dal ghetto culturale in cui i fumetti sono stati da sempre relegati nel nostro paese.
Dall'altro canto però si registra un generale calo di lettori. A cosa sarà dovuto? Secondo me in primis alla stagnazione dell'economia nel nostro paese che costringe a ridurre i consumi (anche quelli di libri). Su questo versante noi non possiamo intervenire. Ma anche alla scarsa visibilità di cui godono i libri a fumetti rispetto al resto della produzione libraria (che non sta nemmeno tanto bene). Basta sfogliare i giornali e visitare le librerie. Pochissime le rubriche dedicate ai libri a fumetti. Rari i consigli di lettura sul fumetto nei grandi quotidiani. Per rendere l'idea fate un confronto col cinema.
In libreria i fumetti sono spesso esposti male, e solo poche etichette riescono a raggiungere un numero veramente significativo di punti vendita. Gran parte dei fumetti si vendono alle fiere.
Una soluzione al problema per molti autori diventa rivolgersi al mercato estero (Francia e Stati Uniti su tutti, a volte il Giappone addirittura). Altri come me fanno anche altre professioni pur continuando a pubblicare di tanto in tanto.
Non sono nato ieri, so che probabilmente per tutta una serie di motivi, legati sopratutto alla presenza di soggetti in campo con interessi diversi, difficilmente si riuscirà a intervenire, ma vale la pena almeno confrontarsi, secondo me.
E con questo credo di chiudere l'argomento, se ne riparlerà a Lucca, perchè la prossima volta voglio parlare del nuovo fumetto.

mercoledì 24 febbraio 2010

Realtà e Finzioni

Nell'ultimo anno, più o meno dall'uscita di Nessun ricordo, sono al lavoro su un paio di fumetti in particolare, e in verità avrei anche buttato giù parecchie altre idee che probabilmente, qualora si presentasse l'opportunità, diventeranno dei fumetti o altro oppure resteranno nel cassetto in attesa di chissà che. Ma una delle cose che mi assilla come autore è l'approccio con la realtà, dico assilla anche se mi sembra esagerato, ma è così poiché la mia scrittura si fa trascinare anche dalla fantasia e dall'invenzione a ruota libera. Immaginare, seguire quel che la fantasia mi suggerisce è qualcosa di cui non riesco e non voglio fare a meno nella scrittura. Attivare il mio punto di vista sulle cose. Mescolare realtà e finzione alla maniera di Jorge L. Borges è quello che più mi affascina e che mi piace maggiormente nello scrivere, suscita curiosità e domande, ti costringe a studiare, fa pensare e del resto mi diverte molto. Negli ultimi tempi, a proposito di etichette, si fa un gran parlare del fumetto di realtà, ma non solo, anche di letteratura di realtà, di cinema di realtà e via discorrendo. Questo è un pezzo di realtà che altrimenti resterebbe nascosta, dicono. E' un atteggiamento presuntuoso, secondo me, poiché tende a svalutare come finto tutto il resto. Premesso che a mio parere non si possa eludere la realtà che ci circonda come autori, d'altro canto non si può nemmeno ritenerla affidabile come etichetta, nell'era della comunicazione tutto tende alla finzione, come sosteneva James G. Ballard l'unica realtà possibile è quella che costruiamo dentro di noi, attraverso noi, e allora mi pare azzardato parlare di realtà in senso assoluto, poiché se il racconto coincide col documento la narrazione non esiste. Non esistono racconti di realtà, poiché di racconti si tratta l'autore sarà sempre e comunque presente, a mediare, a decidere cosa come e quando. L'obiettività nel racconto esiste solo rispetto all'autore, alle sue intenzioni, alle sue urgenze narrative, non alla realtà di partenza.

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Faccio qualche esempio. L'eternauta di Oesterheld è realistico? Non in senso stretto, poiché l'invasione aliena non è mai accaduta in concreto, eppure non conosco nulla di più vero delle cose narrate in quell'opera. Se ci spostiamo ai giorni nostri, consideriamo i fumetti di Andrea Bruno: sono realisti? Non credo esista nulla di più visionario nel fumetto contemporaneo. Eppure le sensazioni che ci trasmette sono dannatamente collegate alla realtà che ci circonda. In conclusione, prima di parlare di fumetto di realtà, romanzo di realtà cercate di non fermarvi alla superficie, ma andiamo più a fondo a scoprire come stanno le cose, oltre l'insipido resoconto autobiografico (che per altro trovo sempre molto noioso). Buone letture, GM

sabato 20 febbraio 2010

La responsabilità dell'autore

Intanto che sono impegnato a scrivere nuovi fumetti... vi segnalo e vi propongo un'interessante intervista a Luigi Bernardi apparsa sul sito di Nazione Indiana. Superfluo sottolineare che condivido in pieno le sue idee? Chi ha letto i miei fumetti conosce già la risposta, gli altri potranno rimediare con la lettura.

1.

Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?

Non credo si possa parlare di mancanza di vitalità, quanto di assenza di direzione, o meglio ancora di offuscamento di direzione. Scrittori capaci in Italia ne abbiamo in buona quantità, solo che non sempre riescono a produrre opere di qualità. La ragione mi sembra vada cercata nella etichettatura che la critica e gli stessi autori si sentono in dovere di appiccicare alle loro opere, in una sorta di divisione a priori che crea branchi all’interno dei quali molti si rifugiano per sottrarsi alle proprie responsabilità individuali. Etichette – peraltro risibili a partire dagli stessi nomi, come New Italian Epic, New Realism, Post Noir – che spostano il problema dall’opera in sé all’appartenenza della stessa: un sintomo almeno di immaturità, la sola qualità di cui non può fregiarsi la letteratura. Un altro problema mi sembra quello della paura che molti scrittori hanno di non essere consolatori, di non offrire uno sguardo positivo del mondo intorno. Prendo per esempio uno dei titoli migliori della scorsa annata, Accabadora di Michela Murgia: a due terzi del romanzo l’autrice compie una svolta ardita e poco credibile, solo per arrivare a un finale che al cinema si direbbe lieto. La redenzione non è un obbligo della letteratura, è una mistificazione della realtà.

2.

Ti sembra che la tendenza verso un’industrializzazione crescente dell’editoria freni in qualche modo l’apparizione di opere di qualità?

Le opere di qualità appaiono comunque, il problema semmai è quello della visibilità e della pigrizia/ottusità dei lettori che scelgono di leggere sempre gli stessi autori, che a loro volta riscrivono sempre lo stesso libro. L’industria editoriale propone quell’intrattenimento che i lettori cercano. Oggi scrittori come Berto e Parise farebbero fatica a pubblicare, per non parlare di Pasolini. Il buco nero nel quale siamo precipitati è tutto qui. Per avere successo, o anche solo visibilità, ci si deve travestire da giullari. Alcuni ci riescono molto bene, anche perché giullari lo sono per davvero.

3.

Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?

Le pagine culturali vivono di polemiche, si gettano a capofitto a creare anche loro divisioni, appartenenze. Le recensioni sono in diminuzione, a tutto vantaggio delle anticipazioni: pur di parlarne per primi non ci si dà neppure il tempo di leggere un testo. C’è poi l’ottusità dei critici che non vanno oltre la loro conventicola di amici e conoscenti, un altro fattore di divisione. Le pagine culturali sono ormai troppo spesso “veline” a favore di questo o quello. Il danno è enorme, questo sì epocale. Quando lavoravo all’Einaudi, nel corso di una telefonata con Paolo Repetti ci inventammo il Noir Texano, solo perché in quei giorni uscivano un libro di Lansdale, scrittore texano, e uno di Crumley, scrittore del Montana che aveva ambientato un romanzo in Texas. Io mi aspettavo che i redattori della pagine culturali ci sbugiardassero, e ce la saremmo meritata. Invece l’inesistente Noir Texano si guadagnò i suoi articoli pieni di niente.

4.

Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?

Gli editori italiani, nel loro complesso, svolgono un buon lavoro di selezione. Il problema nasce nella fase di promozione, alla quale soltanto pochi libri hanno diritto, e quasi sempre i peggiori, i più innocui. Un altro problema, di cui non si parla o si parla troppo poco, è l’espulsione dal mercato degli scrittori anziani. Nessuno punta più di loro, e molti trovano difficoltà a pubblicare, anche scrittori che hanno dato molto alla narrativa nazionale, penso per esempio a Giuseppe D’Agata di cui mi sono occupato a più riprese. Ci sono scrittori anziani “bolliti”, ma ce ne sono anche di vivi e rabbiosi, emarginati per il solo fatto che, data l’età, non costituiscono un buon investimento.

5.

Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?

Il web ha creato ottime occasioni di discussione e di visibilità, anche se troppo spesso ha dato origine a polemiche senza fine e di nessuna utilità. Il web è una grancassa dove ognuno può dire quello che vuole e dove ciascuno può sentirsi scrittore solo per il fatto di avere qualche testo disponibile per la lettura. La rete assomiglia per molti versi a quella caricatura di democrazia che sono le assemblee di condominio, dove tutti parlano nello stesso tempo e ciascuno pensa di avere ragione.

6.

Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme?

Credo che l’unico sostegno decente, non assistenziale, sarebbe la creazione di un sistema bibliotecario funzionante, che acquisti libri in quantità e riconosca agli autori una royalty sui singoli prestiti. Mi pare inoltre auspicabile, soprattutto per la scarsa rilevanza della nostra lingua a livello planetario, un intervento inteso a favorire la traduzione dei testi italiani all’estero. Infine, ovviamente, è imprescindibile un taglio agli sconti praticati sui prezzi di copertina da parte delle grandi catene e dal mass market: è l’unico modo per salvare le piccole librerie che spesso sono l’ultimo baluardo per l’editoria di qualità.

7.

Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo …), che ha una risonanza sempre maggiore all’estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?

La mia idea è che gli scrittori parlino troppo, firmino troppe petizioni (talora in palese contrasto con le loro scelte editoriali), si atteggino a salvatori di niente, quando poi le loro opere sono incapaci di lasciare il segno, di essere lo specchio di quello che siamo diventati. L’unico peso che lo scrittore può avere nella società è attraverso la scrittura, attraverso la pubblicazione di opere di riferimento, magari centrate sugli stessi temi che sembrano stare loro molto a cuore quando firmano una petizione.

8.

Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?

L’unica responsabilità che si può imputare a uno scrittore è quella di scrivere brutti libri. In questo senso, molti e forse troppi scrittori italiani hanno grandi responsabilità, soprattutto quando finiscono con l’anteporre la speranza e la redenzione a quella che sarebbe la logica conclusione delle loro storie. In questo credo che la responsabilità sia anche degli editori e degli stessi lettori, che pretendono falsità e consolazione (in una parola: evasione) laddove nella vita quotidiana accettano di subire qualsiasi iattura.

9.

Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?

La cultura e il mondo politico devono viaggiare sulle stesso binario ma in direzione contraria, andare verso lo scontro. Ma se proprio non vogliamo evocare l’immagine disastro, diciamo almeno che la cultura dovrebbe essere la coscienza critica del potere politico, invece troppo spesso ne è vassalla, non foss’altro che per la continua di richiesta di contributi e di assistenza.

10.

Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali “Libero” e il Giornale, caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell’informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe …), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?

Non credo che a sinistra ci siano i buoni e a destra i cattivi: è una semplificazione alla quale uno scrittore non può aderire. Da parte mia, le più grandi delusioni umane le ho ricevute da persone che ostentavano l’etichetta di uomini di sinistra. Questo non impediva loro comportamenti arroganti, mafiosi e imbecilli. Il problema dell’Italia, e ritorno alla risposta alla prima domanda, è nella mafiosità dei branchi, che si respira e si subisce a ogni livello. Ben vengano quindi le contaminazioni, le irruzioni in territorio nemico, lo sparigliamento, la confusione: almeno forniscono materia al pensiero.