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lunedì 4 luglio 2011

Invito al massacro - zerotre

Stavo senza disegnatore, con un soggetto e una sceneggiatura pronte, contrattualizzate con Tunuè, e tuttavia con un certo scoramento. Ma non mi sono perso d'animo. Incoraggiato dalla casa editrice che credeva nella mia storia, ci mettemmo alla ricerca di un nuovo illustratore. Il profilo era questo: talentuoso, affidabile e in sintonia con l'etica del soggetto. Sopratutto motivato. Non sarebbe stato semplice da trovare, poichè se è vero che di disegnatori è pieno il fumettomondo, è anche vero, come ho potuto constatare, quanto sia arduo trovarne di pronti ad impegnarsi anche da subito... d'altronde si era già perso tanto tempo e l'uscita inizialmente prevista per Maggio era saltata ormai. In un primo momento ci rivolgemmo al giro degli autori Tunuè, tra cui avevamo individuato un disegnatore che poteva fare al caso: Hannes Pasqualini. Purtroppo, pur apprezzando parecchio il mio soggetto doveva declinare la proposta poichè già impegnato a tempo pieno.
A quel punto allargai il raggio d'azione della nostra ricerca e passai parola per avere suggerimenti a Michele Ginevra del Cfpaz, che mi ha sempre incoraggiato a diversificare le mie collaborazioni, e a Michele Petrucci, di cui ho sempre apprezzato l'opera e che poteva segnalarmi qualche disegnatore che facesse al caso.
Fu così che Davide Garota divenne il disegnatore di Invito al massacro! (nell'immagine: porzione di una vignetta realizzata da Davide Garota per Invito al massacro).
Con Garota si è instaurata da subito un'ottima intesa sull'estetica del fumetto e la collaborazione attualmente prosegue a gonfie vele. Bene, approfitto dell'occasione per ringraziare la Tunuè che mi ha sostenuto in questa fase di transizione, Hannes Pasqualini per la disponibilità, Michele Ginevra per il costante incoraggiamento e su tutti Michele Petrucci, in veste di talent scout! Per anticipazioni e aggiornamenti sulla lavorazione... seguite nerdelite e mystic park, il blog di Davide Garota.

martedì 28 giugno 2011

Invito al massacro - zerodue

Probabilmente qualcuno si è chiesto che fine avesse fatto il nuovo fumetto a cui stavo lavorando per Tunué e di cui avevo parlato proprio qui sul blog, chi volesse, cliccando sul tag "nuovo fumetto", potrà ripercorrere il racconto che avevo iniziato a fare sull'ideazione e la stesura del soggetto e della sceneggiatura. Poi quest'anno è seguito il silenzio.
Fino al post intitolato Invito al massacro - zerouno.
Ebbene, si, il progetto ha subito prima un rallentamento e poi un blocco dovuto essenzialmente al fatto che Luca Patanè, che in un primo momento avrebbe dovuto illustrarlo, ha cambiato idea tirandosi fuori. Così mi sono messo alla ricerca di un nuovo illustratore.

Ho approfittato della "pausa" per rivedere la sceneggiatura, limare il testo e approntare qualche modifica. Cose che probabilmente avrei fatto ugualmente e "in corsa" magari, mandando il disegnatore su tutte le furie. Ma di fatto durante la lavorazione tolgo o aggiungo sempre qualcosa, finchè non sono del tutto soddisfatto della scrittura, rimanendo allo stesso tempo disponibile ad eventuali contributi del disegnatore, in merito a inquadrature e cose così sopratutto. In genere una volta su tre ci azzeccano. Ad ogni modo, per ora sappiate che il progetto è ripartito. Con un nuovo disegnatore. Chi sia, come l'ho trovato e altri indizi li racconterò prossimamente qui su nerdelite. (nell'immagine al centro, Edward Hopper, Pennsylvania Coal Town - 1947)

martedì 10 maggio 2011

Carlos Trillo, sceneggiatore

L'ultima notizia dal fumetto mondo è, ahimè, funesta: Carlos Trillo è morto.
Grande sceneggiatore di fumetti, e davvero l'aggettivo grande è insufficiente a descrivere l'importanza dell'opera di Trillo.
Nato a Buenos Aires nel '43, è attivo nell'ambito del fumetto dalla seconda metà degli anni '70 e ha collaborato con i maggiori illustratori di fumetto argentini (e anche no): Alberto Breccia, Horacio Altuna, Domingo R. Mandrafina, Jordi Bernet, Enrique Breccia, Carlos Meglia, Ernesto Garcia Seijas, Eduardo Risso... tra i tanti.
La sua è una scrittura dinamica, tesa, intelligente e ricca di pathos e ironia. I suoi personaggi godono una caratterizzazione molto efficace e umana. Le sue storie fanno ridere e fanno pensare.
Negli anni ha sceneggiato fumetti che hanno fatto storia, tra cui ricordiamo El Loco Chavez, Un tal Daneri, El Negro Blanco, Alvar Major, Clara de noche e Cybersix... solo per citare i più famosi. Sopratutto per chi i fumetti li scrive, leggere Trillo è fondamentale.


Tra i suoi fumetti quel che più mi è rimasto impresso è stato senza dubbio Cybersix, la fantastica creatura della notte illustrata da Carlos Meglia, in cui a mio parere si condensano le caratteristiche fondamentali della scrittura di Trillo. Cybersix, nata dagli esperimenti genetici del malvagio dr. Von Reichter, è l'unica superstite di cinquemila bambini artificiali della serie cyber, distrutti dal suo creatore perché dotati di libero arbitrio, capaci cioè di un pensiero autonomo e di disobbedire. Rifugiatasi a Meridiana sotto la falsa identità del professore Adrian Seidelman, per sopravvivere è costretta di tanto in tanto a nutrirsi di "sostanza", il sangue artificiale che scorre nelle vene e alimenta tutte le creature di Von Reichter. Cybersix ha pure avuto un figlio dal suo compagno, Lucas Amato, che però le è stato subito rapito da Von Reichter.
Insomma, se ne è andato un grande sceneggiatore. Davvero.

mercoledì 4 maggio 2011

Dialetto e fumetto

Come detto ritorno sulla questione fumetto & dialetto proponendo una sorta di glossario delle espressioni siciliane che ho utilizzato per infondere realismo in alcune scene presenti nei miei fumetti. Comincerò con Ti sto cercando.
A pag. 24 durante un maldestro tentativo di molestia sessuale di un debosciato nei confronti del protagonista compaiono delle espressioni scurrili di matrice dialettale "Suca" e "Unni vai? Fermo ca ta n'culu" che probabilmente non hanno bisogno di spiegazioni... e per cui soprassiederemo. Per la serie: si comincia bene... Ben inteso, sfido chiunque a rintracciare nelle mie storie una sola parola che spinga a o giustifichi qualsiasi forma di violenza. Anzi, Alì avvertendo il pericolo fuggirà via da una finestra.
Passiamo avanti, a pag. 28 appare un autista con indosso una maglietta che reca la scritta "Vacci liscio" sotto l'effigie di un enorme asso di bastoni. Nel gioco della briscola dalle mie parti infatti si distingue tra carte punti (donna, cavallo e re) e carichi (assi e tre). Liscio sono tutte le carte senza punti (escluse le briscole quindi). L'espressione può essere intesa in vari modi in effetti... qua significa: abbassa la cresta, stai calmo, fatti gli affari tuoi.
A pag. 47 un comprimario enuncia un proverbio che recita così "Fimmina cucinera, pigghiala per mogliera. Fimmina piccanti pigghiala per amanti" che vale a dire che le donne che sanno cucinare sono da sposare, mentre quelle sensuali saranno da tenere come amanti. A pag. 54 e 55 e oltre compare l'espressione "Mao mao" per indicare il protagonista, dalle mie parti spesso gli africani vengono chiamati così da alcune tipologie di persone (e per estensione anche i punkabbestia, i freakkettoni e i comunisti). Bene, fine delle spiegazioni.
Ti sto cercando non ha molte espressioni dialettali, d'altronde si svolge in Sicilia solo in minima parte, ma usarle è servito lo stesso a caratterizzare i personaggi e il contesto.

sabato 16 aprile 2011

L'inverno d'Italia di Davide Toffolo

Finalmente ho avuto tempo e modo di leggere L'inverno d'Italia, il romanzo a fumetti di Davide Toffolo uscito, se non erro, in occasione della scorsa Lucca Comics. Il fumetto racconta una pagina nascosta e indegna della storia d'Italia, tratta dal capitolo sui campi di concentramento fascisti nel nostro paese, che esistevano, furono tanti e diffusi in tutta la penisola, e vennero prontamente smantellati per cancellarne il ricordo come si impara a sapere leggendo il libro.
La narrazione di Toffolo si concentra sul campo di Gonars, in Friuli, in particolare sulla vicenda di un bambino e una bambina - ispirati a due bimbi che in quel campo ci finirono per davvero - Drago e Giudita. Il segno e la scrittura di Toffolo sono essenziali, poche le parole ma incisive come chiodi, un segno duro e scarno come i corpi scheletrici dei due protagonisti, indelebile come i loro sguardi. Alla fine della lettura si rimane stesi come dopo aver ricevuto un cazzotto allo stomaco. Gli occhi strabuzzano di sdegno. Si rimane però grati a Toffolo per averci raccontato questa storia nascosta e messo in guardia sul luogo comune degli "italiani brava gente" - (quelli che ancora ci credevano, almeno).
Seguo Davide Toffolo dai tempi in cui faceva Animali, Piera degli spiriti, Fregoli e I cinque allegri ragazzi morti - forse anche da prima, dato che mi ricordo dei suoi disegni sulla rivista Cyborg e per un episodio di Esp. Ricordo di averlo conosciuto nel 1999 durante una mostra tenuta dalle mie parti. Lo ricordo molto umile e disponibile - come sanno essere solo i veri grandi. Negli anni successivi fece poi degli ottimi libri come Carnera la montagna che cammina e Intervista a Pasolini, ma il suo lavoro migliore per me resterà Il re bianco. Diversamente Tres - fumetti per il teatro non mi è piaciuto molto, ma forse semplicemente non l'ho capito. L'inverno d'Italia (edito da Coconino - Fandango) è una lettura che consiglio, sia per quello che racconta che per come lo racconta.

lunedì 6 dicembre 2010

Bruno Bozzetto, fumetto e animazione

Con lo stage intensivo tenuto da Bruno Bozzetto nella scorsa giornata di sabato si è conclusa questa edizione del laboratorio di scrittura per il fumetto e l'animazione che ho condotto assieme a Luana Vergari per la Scuola di Editoria per il fumetto e la traduzione di Bologna.

La giornata è stata condotta dal maestro nella mattinata con vivacità e senza reticenze circa la propria pluriennale esperienza professionale nel settore e intorno al lavoro di scrittura di una narrazione (che poi sia trasposta a fumetti o in animazione poco cambia), dall'ideazione del racconto, allo studio dei personaggi, dalla composizione della struttura narrativa ai suoi equilibri interni, dal concentrarsi sulle idee alla maturazione del proprio sguardo d'autore. Quest'ultimo elemento risulterà sempre più decisivo in un contesto internazionale dove sono i mezzi economici e tecnologici ad imperare, almeno in apparenza, sulle storie e sulle idee.
Bozzetto nel pomeriggio ha pure coinvolto gli allievi in un workshop sull'animazione in Flash mettendo in evidenza le potenzialità e i rudimenti del mestiere di narratore per immagini animate e affiancando gli allievi nell'impostazione di una breve sequenza animata.
Lo stage con Bozzetto è stata una conclusione ottima per il corso, come docenti siamo soddisfatti per come sono andate le cose, la giornata finale ha aumentato il peso specifico degli incontri che abbiamo curato per gli allievi nell'ultimo mese.
Siamo insomma sulla strada giusta per far crescere questa esperienza nel tempo.
(nella foto, Bruno Bozzetto alla RAM colto durante un momento dello stage)

mercoledì 1 dicembre 2010

scrittura per il fumetto, giornate conclusive

Si avviano alla conclusione gli incontri del laboratorio di scrittura per il fumetto e l'animazione che conduco assieme a Luana Vergari per la Scuola di Editoria per il fumetto e la traduzione di Bologna.
Le ultime lezioni le ho dedicate alla stesura della sceneggiatura, analizzando nel dettaglio la composizione delle tavole, la "gabbia", cioè i vari tipi di disposizione e montaggio delle vignette usati nel mondo relativamente al formato della pubblicazione cui il fumetto sarà destinato, facendo anche attenzione a stedere un lavoro redazionalmente corretto (es. la numerazione di tavole e vignette, l'uso del grassetto, formattazione, etc. etc.).
Grande spazio ho dedicato alla regia, alla scelta delle inquadrature, la descrizione delle azioni, degli ambienti, dei personaggi e dei loro stati d'animo, mettendo anche in guardia gli allievi sulla composizione dei dialoghi (sintetici e caratterizzati sui personaggi) e sull'uso delle didascalie (da sviluppare quando le immagini hanno esaurito la loro parte narrativa, poichè ricordiamo che il fumetto è sequential art, cioè immagine sequenziale) e degli effetti (in dipendenza sopratutto dal tipo di fumetto che si sceneggia).
A completare il corso sarà lo stage di Bruno Bozzetto, un incontro lungo una giornata e riservato agli iscritti in cui il maestro terrà una lezione teorica con delle esercitazioni pratiche, oltre a essere a disposizione degli allievi per ogni suggerimento. E così anche questa bella esperienza sarà andata. Alla prossima!
(nell'immagine in alto il meraviglioso Autoritratto sulla Bugatti verde di Tamara de Lempicka, 1925)

mercoledì 24 novembre 2010

scrittura per il fumetto, altri incontri


Procedono gli incontri del laboratorio di scrittura per il fumetto e l'animazione che conduco assieme a Luana Vergari per la Scuola di Editoria per il fumetto e la traduzione di Bologna.
Le scorse lezioni frontali con esercitazioni scritte le ho dedicate all'analisi del linguaggio del fumetto, approfondendo i meccanismi interni della narrazione a fumetti, uno studio a mio parere preliminare e propedeutico per la scrittura di una sceneggiatura, poichè se non si prende consapevolezza di ciò, che il fumetto è un linguaggio iconico fatto di immagini cioè, ma anche di parole, non si potrà poi imparare a manipolarlo, a scomporlo e ricomporlo narrativamente.
Bisogna aver chiara l'idea di come funzionano lo spazio e il tempo all'interno delle vignette e delle tavole e di come la loro fruizione da parte del lettore sia decisiva: stimolare una lettura critica del fumetto è un passo verso la consapevolezza di sé come autori.
Nel fumetto ogni elemento è "racconto", ogni immagine, parola, segno, e quindi bisogna selezionare ciò che è ineludibile ai fini della narrazione.
Infine siamo ritornati a trattare di punti di vista, ideazione di storie e caratterizzazione dei personaggi, dell'importanza della documentazione e della redazione di schede per personaggi e ambienti accanto alla composizione del soggetto e dello sviluppo del trattamento.
I prossimi incontri li dedicherò alla stesura della sceneggiatura.
(nell'immagine in alto, dipinto di Edward Hopper: Conference at night, 1949)

martedì 21 settembre 2010

Supervixens


Riprendo il racconto su come è nato il soggetto del nuovo fumetto che Luca Patanè sta illustrando. Come avevo scritto il personaggio nasce con delle caratteristiche particolari, una visione schizofrenica delle cose, manie di grandezza e ossessioni persecutorie. Tutte robe che mi interessava molto raccontare ma che da sole non giustificavano, a mio modo di vedere, un racconto intero.
Così decisi che il personaggio avesse bisogno di un contesto narrativo adeguato alle esigenze espressive. Bisognava contaminare.
Iniziai a leggere un mucchio di romanzi
che pensavo fossero adatti per entrare nello spirito del tempo della storia che mi si formava in mente, delle cose che avevo da raccontare. La letteratura è sempre stato uno dei miei interessi. Avevo bisogno di allargare gli orizzonti, trovare stimoli e spunti per riflettere e elaborare idee, contaminare e giungere ad una visione di realtà sulla base di esperienze personali, seguendo un pò l'istinto, un pò le varie suggestioni che mi venivano suggerite dagli eventi che caratterizzano le cronache di questa, per dirla con Dante Alighieri, " non donna di province ma bordello" che è sempre stata l'Italia.
E però da un punto di vista che ritengo assai privilegiato, quello dell'isola: la Sicilia, un tempo caposaldo della Magna Grecia e ora ridotta a frontiera disastrata.
La questione mi fu chiara solo alla conclusione della stesura della sceneggiatura, allora non avevo ancora idea di che razza di percorso stavo iniziando a compiere. Ma sentivo che andava fatto. Senza compromessi.
Bene, l'immagine che ho scelto per questo post è la locandina di Supervixens, la pellicola di Russ Meyer, che s'intona con lo spirito di questo nuovo fumetto. Bene, il resto alla prossima!

giovedì 9 settembre 2010

Sogni

A volte mi viene chiesto da dove vengono le storie che scrivo e i personaggi che racconto... gran bella domanda! Di solito mugugno un pò, poi farfuglio qualche parola e rispondo che le storie sono intorno a noi e in qualche modo le acchiappo.
Una risposta sicuramente non esaustiva.
Non sono un autore di quelli che si mettono a tavolino e inventano una storia di sana pianta dal nulla.
Scrivo queste cose poichè ripensavo allo spunto di partenza della sceneggiatura del nuovo fumetto che sta illustrando Luca Patanè.
All'inizio ci sono stati i due sogni, fatti all'incirca un paio di anni fa, in cui ho visto Hugo Pratt.
Nel primo sogno mi trovavo in una convention di fumetti e incontravo Pratt. Nel sogno sapevo che era già morto ma ciò nonostante e con reverenza mi rivolgevo al Maestro mostrandogli il mio saggio Leggere Hugo Pratt. Mi guardava compiaciuto ma non disse nulla. Il sogno finì e non lasciò traccia se non la certezza che la mia passione per i fumetti di Pratt stava diventando una fissazione.
Nel secondo sogno
invece mi trovavo in un giardino e d'un tratto incontravo Pratt. Mi avvicinai remissivo. Il maestro mi lanciò un'occhiataccia e, adesso non ricordo bene le parole, ma mi allontanò dicedomi in buona sostanza che era occupato, dovevo smetterla di seccarlo e mettermi una buona volta a scrivere qualcosa di mio invece prima che fosse tardi. Mi svegliai e stavolta mi rimasero impresse quelle parole: prima che fosse tardi.
Prima che fosse tardi? In che senso?

Avevo già scritto due fumetti (Ti sto cercando e Nessun ricordo ), e ritenevo di aver riversato già qualcosa di mio in quelle storie... ma evidentemente non era abbastanza. Fu così che iniziai a riflettere circa le idee da cui nacque il nuovo soggetto. Per ora mi fermo qui, alla prossima continuerò col resto che riserverà altre sorprese. Il quadro (di scuola preraffaellita immagino, ma non sono riuscito a sapere altro) che ho scelto per questo post è un dipinto che raffigura Morfeo, il mitologico dio dei sogni.

sabato 20 febbraio 2010

La responsabilità dell'autore

Intanto che sono impegnato a scrivere nuovi fumetti... vi segnalo e vi propongo un'interessante intervista a Luigi Bernardi apparsa sul sito di Nazione Indiana. Superfluo sottolineare che condivido in pieno le sue idee? Chi ha letto i miei fumetti conosce già la risposta, gli altri potranno rimediare con la lettura.

1.

Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?

Non credo si possa parlare di mancanza di vitalità, quanto di assenza di direzione, o meglio ancora di offuscamento di direzione. Scrittori capaci in Italia ne abbiamo in buona quantità, solo che non sempre riescono a produrre opere di qualità. La ragione mi sembra vada cercata nella etichettatura che la critica e gli stessi autori si sentono in dovere di appiccicare alle loro opere, in una sorta di divisione a priori che crea branchi all’interno dei quali molti si rifugiano per sottrarsi alle proprie responsabilità individuali. Etichette – peraltro risibili a partire dagli stessi nomi, come New Italian Epic, New Realism, Post Noir – che spostano il problema dall’opera in sé all’appartenenza della stessa: un sintomo almeno di immaturità, la sola qualità di cui non può fregiarsi la letteratura. Un altro problema mi sembra quello della paura che molti scrittori hanno di non essere consolatori, di non offrire uno sguardo positivo del mondo intorno. Prendo per esempio uno dei titoli migliori della scorsa annata, Accabadora di Michela Murgia: a due terzi del romanzo l’autrice compie una svolta ardita e poco credibile, solo per arrivare a un finale che al cinema si direbbe lieto. La redenzione non è un obbligo della letteratura, è una mistificazione della realtà.

2.

Ti sembra che la tendenza verso un’industrializzazione crescente dell’editoria freni in qualche modo l’apparizione di opere di qualità?

Le opere di qualità appaiono comunque, il problema semmai è quello della visibilità e della pigrizia/ottusità dei lettori che scelgono di leggere sempre gli stessi autori, che a loro volta riscrivono sempre lo stesso libro. L’industria editoriale propone quell’intrattenimento che i lettori cercano. Oggi scrittori come Berto e Parise farebbero fatica a pubblicare, per non parlare di Pasolini. Il buco nero nel quale siamo precipitati è tutto qui. Per avere successo, o anche solo visibilità, ci si deve travestire da giullari. Alcuni ci riescono molto bene, anche perché giullari lo sono per davvero.

3.

Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?

Le pagine culturali vivono di polemiche, si gettano a capofitto a creare anche loro divisioni, appartenenze. Le recensioni sono in diminuzione, a tutto vantaggio delle anticipazioni: pur di parlarne per primi non ci si dà neppure il tempo di leggere un testo. C’è poi l’ottusità dei critici che non vanno oltre la loro conventicola di amici e conoscenti, un altro fattore di divisione. Le pagine culturali sono ormai troppo spesso “veline” a favore di questo o quello. Il danno è enorme, questo sì epocale. Quando lavoravo all’Einaudi, nel corso di una telefonata con Paolo Repetti ci inventammo il Noir Texano, solo perché in quei giorni uscivano un libro di Lansdale, scrittore texano, e uno di Crumley, scrittore del Montana che aveva ambientato un romanzo in Texas. Io mi aspettavo che i redattori della pagine culturali ci sbugiardassero, e ce la saremmo meritata. Invece l’inesistente Noir Texano si guadagnò i suoi articoli pieni di niente.

4.

Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?

Gli editori italiani, nel loro complesso, svolgono un buon lavoro di selezione. Il problema nasce nella fase di promozione, alla quale soltanto pochi libri hanno diritto, e quasi sempre i peggiori, i più innocui. Un altro problema, di cui non si parla o si parla troppo poco, è l’espulsione dal mercato degli scrittori anziani. Nessuno punta più di loro, e molti trovano difficoltà a pubblicare, anche scrittori che hanno dato molto alla narrativa nazionale, penso per esempio a Giuseppe D’Agata di cui mi sono occupato a più riprese. Ci sono scrittori anziani “bolliti”, ma ce ne sono anche di vivi e rabbiosi, emarginati per il solo fatto che, data l’età, non costituiscono un buon investimento.

5.

Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?

Il web ha creato ottime occasioni di discussione e di visibilità, anche se troppo spesso ha dato origine a polemiche senza fine e di nessuna utilità. Il web è una grancassa dove ognuno può dire quello che vuole e dove ciascuno può sentirsi scrittore solo per il fatto di avere qualche testo disponibile per la lettura. La rete assomiglia per molti versi a quella caricatura di democrazia che sono le assemblee di condominio, dove tutti parlano nello stesso tempo e ciascuno pensa di avere ragione.

6.

Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme?

Credo che l’unico sostegno decente, non assistenziale, sarebbe la creazione di un sistema bibliotecario funzionante, che acquisti libri in quantità e riconosca agli autori una royalty sui singoli prestiti. Mi pare inoltre auspicabile, soprattutto per la scarsa rilevanza della nostra lingua a livello planetario, un intervento inteso a favorire la traduzione dei testi italiani all’estero. Infine, ovviamente, è imprescindibile un taglio agli sconti praticati sui prezzi di copertina da parte delle grandi catene e dal mass market: è l’unico modo per salvare le piccole librerie che spesso sono l’ultimo baluardo per l’editoria di qualità.

7.

Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo …), che ha una risonanza sempre maggiore all’estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?

La mia idea è che gli scrittori parlino troppo, firmino troppe petizioni (talora in palese contrasto con le loro scelte editoriali), si atteggino a salvatori di niente, quando poi le loro opere sono incapaci di lasciare il segno, di essere lo specchio di quello che siamo diventati. L’unico peso che lo scrittore può avere nella società è attraverso la scrittura, attraverso la pubblicazione di opere di riferimento, magari centrate sugli stessi temi che sembrano stare loro molto a cuore quando firmano una petizione.

8.

Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?

L’unica responsabilità che si può imputare a uno scrittore è quella di scrivere brutti libri. In questo senso, molti e forse troppi scrittori italiani hanno grandi responsabilità, soprattutto quando finiscono con l’anteporre la speranza e la redenzione a quella che sarebbe la logica conclusione delle loro storie. In questo credo che la responsabilità sia anche degli editori e degli stessi lettori, che pretendono falsità e consolazione (in una parola: evasione) laddove nella vita quotidiana accettano di subire qualsiasi iattura.

9.

Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?

La cultura e il mondo politico devono viaggiare sulle stesso binario ma in direzione contraria, andare verso lo scontro. Ma se proprio non vogliamo evocare l’immagine disastro, diciamo almeno che la cultura dovrebbe essere la coscienza critica del potere politico, invece troppo spesso ne è vassalla, non foss’altro che per la continua di richiesta di contributi e di assistenza.

10.

Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali “Libero” e il Giornale, caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell’informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe …), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?

Non credo che a sinistra ci siano i buoni e a destra i cattivi: è una semplificazione alla quale uno scrittore non può aderire. Da parte mia, le più grandi delusioni umane le ho ricevute da persone che ostentavano l’etichetta di uomini di sinistra. Questo non impediva loro comportamenti arroganti, mafiosi e imbecilli. Il problema dell’Italia, e ritorno alla risposta alla prima domanda, è nella mafiosità dei branchi, che si respira e si subisce a ogni livello. Ben vengano quindi le contaminazioni, le irruzioni in territorio nemico, lo sparigliamento, la confusione: almeno forniscono materia al pensiero.