mercoledì 28 marzo 2012

I problemi del fumetto

Leggendo il nuovo post di Giorgio Trinchero su Conversazioni sul fumetto - che vi consiglio di seguire perché a prescindere è sempre molto stimolante -, si approccia la strategia più efficace per risolvere tutti i problemi del fumetto italiano, un testo che mi ha portato a rielaborare alcune riflessioni in merito su cui mi ero concentrato tempo fa, quando su Nerdelite scrissi qualcosa sulla cosidetta "crisi" del fumetto italiano (cliccando sul tag "crisi" potrete rivedere i miei post dedicati).
Ad ogni modo, condivido appieno la lucida ed ironica disamina di Trinchero, naturalmente.
Si, perché spesso si dibatte su cose che guardandole dalla giusta prospettiva non sono poi così complicate da comprendere. Il fumetto in fondo è un'attività a rischio come tante altre. Non sta scritto da nessuna parte che debba ad ogni costo diventare la professione che consente di mantenersi o che lancerà sulla ribalta internazionale. Tante sono le variabili in gioco.
Il punto di partenza secondo me è considerare che ci sono almeno due modi per fare fumetti, uno è quello dei lavori su commissione (quindi pubblicare con Bonelli, Disney, Astorina, Marvel, DC, etc. etc.) e un altro quello dei lavori liberi. Nel primo caso si viene pagati a cottimo (cioè, un tot per ogni tavola scritta/disegnata). Nel secondo caso si ricevono proventi dai diritti d'autore (le royalties). C'è chi si muove con disinvoltura su entrambi i fronti, certo. Naturalmente gli autori che lavorano solo su commissione come prestatori d'opera utilizzano personaggi altrui, spesso delle vere e proprie icone del fumetto, personaggi noti e che stanno sul mercato editoriale da decenni con alte tirature (es. Tex, Diabolik, Dylan Dog, Spiderman, Batman...). Arrivare a lavorare in quell'ambito è molto difficile, sono necessarie abilità professionali di alto livello e la selezione è spietata.
Diversamente gli autori che pubblicano lavori liberi utilizzano personaggi propri, puntando esclusivamente sul proprio nome, inteso come marchio d'autore, scommettendo sul proprio talento narrativo e grafico, cercando di costruirsi un proprio bacino di lettori (es. Davide Toffolo, Paolo Bacilieri, Gipi, Manuele Fior...), ma anche in questo caso la selezione è dura, e sull'innesco del fenomeno di "successo" entrano in ballo elementi imprevedibili.
In entrambi i casi può andare bene come male e non c'è una regola che vale sempre e comunque. Per cui, bisognerebbe prenderla con molta più leggerezza, cioè cercare di focalizzare il proprio obiettivo e fare del proprio meglio per centrarlo. Se si riesce sarà fantastico, ma se poi le cose andassero male, pazienza, almeno si è provato. Ma può starci anche che nonostante il valore del proprio lavoro non si riesca a emergere, a raggiungere i guadagni o i riconoscimenti sperati, e in ogni caso bisognerebbe accettare il puro e semplice principio di realtà piuttosto che ipotizzare complotti, caste o prendersela col destino cinico e baro. (in alto disegno di Davide Toffolo da I cinque allegri ragazzi morti).

4 commenti:

Ivano Porpora ha detto...

Concordo, Giovanni.
Resta - qui riassunto - il commento che ho fatto al post di Trinchero: posto che la selezione è dura, perché gettare in automatico la spugna o, quel che è peggio, porsi a un livello sotto e dichiararsi degni del livello sopra?!
In letteratura questo (non) funziona addirittura più che nel fumetto: se confronti una tavola mia con una tavola di Gipi la mia inferiore capacità è evidente, mentre in narrativa ci saranno sempre pennivendoli che si riterranno al livello del miglior Hemingway, benché meno fortunati.
Un'ultima considerazione. Queste, scusa la ripetizione, considerazioni per me sono valide per il mondo del fumetto intero - includendo anche le sceneggiature. Solo che è facile vedere una tavola disegnata male, mentre un dialogo che funziona davvero o una stesura della storia secondo le regole della grammatica del fumetto e in base a uno stile professionale sono visibili (per me) solo a un occhio allenato.

GiovanniMarchese ha detto...

Oh! Intanto benvenuto a bordo di Nerdelite!
Si, in effetti nel settore del fumetto le cose sono andate diversamente fino a non molto tempo fa, quando la maggior parte delle produzioni a fumetti conoscevano grandi tirature che garantivano agli editori introiti tali da poter versare compensi che agli autori consentivano di vivere, anche molto bene in certi casi. Con gli anni il fumetto come medium di massa sta conoscendo un graduale declino in termini quantitativi, in Italia gli autori che vivono di solo fumetto ci sono ancora, ma molto meno che un tempo. D'altro canto è aumentata la quota di autori che, non lavorando su commissione, pubblicano lavori liberi e alternano altre professioni all'attività di fumettista. Certo, i grandi autori sono sempre esistiti - Pratt, Manara, Giardino - e sempre esisteranno - Toffolo, Gipi, Bacilieri, Fior, Ausonia - ma per uno di loro che arriva quanti rimangono nel limbo non è dato sapere. In letteratura il sistema è chiaro, tanto che nessuno si sognerebbe di screditare uno scrittore che pur pubblicando romanzi di valore si guadagna da vivere con un mestiere qualsivoglia - ne ho parlato su Nerdelite da qualche parte. Poi è anche vero che giudicare un fumettista è apparantemente più semplice rispetto ad un romanziere. Infatti l'ambito della scrittura è un mondo a parte (es. editori a pagamento). Molto dipende da certa cultura romantico-idealista che in Italia ha imposto il modello dell'artista/scrittore ispirato dalle Muse che tanta presa ha fatto nelle menti. Altrove non è sempre così.

Ivano Porpora ha detto...

Grazie per il benvenuto, intanto!
Stamattina notavamo come la questione possa essere posta anche in sport in cui la performance non sia misurabile: nel salto in alto c'è poco da fare, mentre nel calcio quanti dicono "Avevo lo stesso talento di Messi, gioco in Eccellenza perché il ginocchio/la sfiga/mia moglie/il talent scout bastardo/la mafia...."?
I termini quantitativi del fumetto mi son risultati stravolti tempo addietro da Dylan Dog, per fare un esempio.
Così come vedo nascere in Italia una cultura del fumetto: quante rubriche su quante riviste (mi viene in mente Internazionale, ma anche Linus) pongono al centro della loro attenzione le storie disegnate?

GiovanniMarchese ha detto...

Il caso Dylan Dog di Sclavi è un fenomeno a parte, si trattava di un fumetto di alto valore ma anche di una moda, e con le mode c'è poco da fare. Scattano senza un preavviso. Però le vendite i edicola toccavano tirature da far paura, tanto per restare in tema! :) Insomma, Sclavi è l'esempio di come si possano coniugare qualità e successo commerciale. Sulla presenza dei fumetti nei mass media siamo ancora indietro, e non sempre chi se ne occupa ha sufficienti competenze. Però, considerando che leggo fumetti da sempre, noto che la percezione del fumetto come linguaggio e prodotto culturale è gradualmente mutata in meglio rispetto a qualche anno fa. La loro presenza in libreria è migliorata e l'auspicio è che tutto il movimento possa progredire. Nel mio piccolo cerco di contribuire a diffondere la conoscenza del fumetto attraverso Nerdelite e cercando di scrivere buone sceneggiature.